Il Draghi che verrà: l'ineluttabilità del cambiamento

In un recente speech, Mario Draghi ha delineato il suo pensiero su lavoro, formazione, digitalizzazione e sull'ineluttabilità del cambiamento.
In un recente speech, Mario Draghi ha delineato il suo pensiero su lavoro, formazione, digitalizzazione e sull'ineluttabilità del cambiamento.

Il percorso del Governo Draghi non è ancora iniziato, ma vogliamo e dobbiamo pensare che possa essere un approdo possibile. Molti segnali dicono che così sarà, perché di fronte alla sconfitta della politica, la politica stessa non potrà cadere in una completa disfatta. Ancora non sappiamo nemmeno chi si porterà appresso nella squadra di Governo e quale impronta vorrà dare al suo esecutivo. Ma due cose sappiamo: che Draghi, a differenza delle figure che campeggiano in Parlamento, parla poco, incide molto e non twitta per nulla.

Per intuire quello che Mario Draghi si appresta a proporre agli italiani è possibile attingere a quello che è stato uno dei suoi ultimi speech pubblici in Italia, a metà 2020, in piena pandemia e al di fuori da ogni qualsivoglia previsione circa i piani vaccinali (che sono oggi invece la sua priorità presumibile). Era il 18 agosto 2020, era il 41esimo Meeting di Rimini.

Così parlò Draghi

Nel suo intervento, Draghi parlò principalmente di scuola e lavoro, ed entrambi soprattutto nell’ottica di quei giovani che avranno il peso del nostro debito pubblico sulle spalle. Il tema della formazione è stato pertanto caricato di grandi significati, incarnandovi al di sopra lo spirito vero della speranza. Ma c’è un elemento più di tutti che tiene insieme tutte le argomentazioni del Presidente del Consiglio in pectore: l’innovazione e il cambiamento come elementi ineludibili, che l’uomo deve guidare, a cui l’uomo deve adattarsi, a cui l’umanità deve affidarsi.

Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora. Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno adattandosi alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo.

Parole che Draghi va a commutare in una sorta di preghiera in senso laico:

Vengono in mente le parole della “preghiera per la serenità” di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore:

Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare,
Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,
E la saggezza di capire la differenza.

Nel medesimo discorso, il piglio è ben più pragmatico quando Draghi passa all’analisi del mondo del lavoro, investito da una rivoluzione destinata a segnare per sempre il mondo dell’impresa:

La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati.

Lo smart working, insomma, fa parte di quella sfera di “ineluttabile” a cui la società deve far fronte: è un cambiamento contro cui non è possibile combattere, ma che bisogna avere la forza di capire e guidare per non cadere nell’incertezza. La digitalizzazione in ciò non è solo come strumento, ma come autentica necessità. Ed in quanto tale, c’è da presumere, al centro delle politiche di intervento (magari come stimolo di investimento in ottica Industria 4.0) del nuovo esecutivo.

Ma se questo attiene all’immediato, la formazione attiene al futuro e diventa l’investimento primo necessario per consentire a questo Paese di ripagare i propri debiti – oggi necessari – negli anni a venire:

Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Secondo Draghi (che sul debito ha costruito il salvagente dell’Italia al suono di “Whatever it takes“) il debito non è negativo a prescindere – il che è ovvio ma comunque cacofonico al cospetto dell’ingente debito pubblico italiano. Ma Draghi ritiene che la cosa più importante sia la natura del debito stesso, la causa che lo supporta, le modalità con cui viene trasformato in investimento. C’è chi vorrà vedere in queste parole una spallata o meno al MES, una conferma o meno del Reddito di Cittadinanza, ma la cosa migliore sarebbe sgravare l’opinione pubblica di argomentazioni già sufficientemente stratificate e lasciare che Draghi possa aprire una nuova fase di rilancio propedeutica alle future elezioni per il ritorno della politica sullo scranno:

Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”.

Alle ore 12 di oggi, 3 febbraio 2021, Sergio Mattarella ospiterà al Quirinale Mario Draghi per dare il via ad un Governo al quale il Presidente della Repubblica stava probabilmente lavorando da giorni. Sullo scranno salgono le istituzioni e gli “alti profili”, per far sì che l’Italia possa attraversare i prossimi delicatissimi mesi con una guida salda. Al Parlamento il compito di vidimare ciò in precedenza il Parlamento stesso non è stato in grado di deliberare.

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03 02 2021
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