GDPR: Google e la geolocalizzazione degli utenti

La denuncia nei confronti delle modalità di acquisizione delle informazioni relative alla posizione degli utenti per finalità di advertising.

A sei mesi circa dall’arrivo ufficiale del GDPR, pare che anche i colossi del mondo online (e non solo le piccole imprese) abbiano ancora molto da fare per allinearsi a quanto previsto dalla nuova normativa europea sul trattamento dei dati. O quantomeno per evitare di inciampare in cause legali riguardanti attività ritenute lesive per la privacy. Oggi si torna sul tema citando una denuncia depositata nei confronti di Google.

Geolocalizzazione e privacy

I sottoscrittori sono alcune autorità e gruppi del vecchio continente impegnati nella protezione dei diritti dei consumatori. Tra questi anche l’ente governativo norvegese Datatilsynet. Il focus è sul tracking che bigG svolge acquisendo dati relativi alla posizione degli utenti. Si parla dunque di geolocalizzazione, attuata al fine di proporre poi sugli schermi dei dispositivi inserzioni pubblicitarie mirate. Un’attività ritenuta non conforme a quanto previsto dal GDPR poiché non sempre condotta in seguito all’ottenimento di un’autorizzazione esplicita, chiara, specifica e informata come invece stabilisce la normativa.

Si fa in particolare riferimento alla cronologia dei luoghi visitati e all’attività svolta sul Web e all’interno delle applicazioni, entrambe gestite attraverso alcune impostazioni integrate negli smartphone Android, ma ritenute secondo il testo della denuncia troppo difficili da trovare e disattivare. Così Gro Mette Moen, numero uno dell’ente norvegese, spiega le ragioni che hanno spinto all’azione, con una dichiarazione affidata alle pagine del sito TechCrunch.

Google processa informazioni personali incredibilmente dettagliate ed estese senza disporre del necessario terreno legale. I dati sono acquisiti mediante tecniche di manipolazione.

In altre parole: le impostazioni utili per interrompere l’attività di tracking ci sono, ma Google non le renderebbe sufficientemente accessibili. Inoltre, tutto sarebbe strutturato in modo da spingere l’utente ad accettare la pratica come compromesso per l’utilizzo dei servizi, in modo non sempre volontario, ad esempio attivando talvolta automaticamente il modulo GPS quando si apre un’applicazione come Maps.

Quando portiamo con noi i nostri telefoni, Google registra dove andiamo, in quale piano di un edificio ci troviamo e come ci stiamo muovendo. Queste informazioni possono essere incrociate con altri dati su di noi, come le cose che cerchiamo e i siti Web che visitiamo. Il risultato può essere utilizzato per pratiche come quelle di advertising con l’intenzione di colpirci quando siamo ricettivi o vulnerabili.

La replica di Google

La risposta del gruppo di Mountain View non si è fatta attendere. Google sottolinea la possibilità di modificare le impostazioni e non chiude la porta alla possibilità di intervenire rivedendo il proprio comportamento qualora nel testo della denuncia vengano riscontrati suggerimenti utili a migliorare l’esperienza offerta.

La cronologia della localizzazione è disattivata di default e potete modificarla, cancellarla o sospenderla in ogni momento. Se è attiva, aiuta a migliorare servizi come la stima del traffico nel tragitto per il lavoro. Se messa in pausa, rendiamo chiaro che (dipendentemente da ogni telefono e dalle impostazioni dell’app) potremmo comunque raccogliere informazioni sulla localizzazione per migliorare l’esperienza offerta da Google.

Il gruppo di Mountain View fa inoltre riferimento alla possibilità di gestire le informazioni raccolte e le modalità del loro salvataggio attraverso l’impostazione chiamata Attività Web e App all’interno del proprio account.

Vi permettiamo di controllare questi dati anche in altri modi, inclusa l’impostazione di Google chiamata Attività Web e App e sul dispositivo. Siamo costantemente al lavoro per migliorare i nostri controlli e analizzeremo nel dettaglio il report per capire se ci sono modifiche che possiamo implementare.

Fonte: TechCrunch

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