Google, l'advertising non si sposa con l'odio

A seguito della crisi scatenata da pubblicità promossa da enti pubblici britannici associata ad alcuni video estremisti su YouTube, la Grande G corre ai ripari
A seguito della crisi scatenata da pubblicità promossa da enti pubblici britannici associata ad alcuni video estremisti su YouTube, la Grande G corre ai ripari

Google ha annunciato di voler apportare cambiamenti alle sue policy di advertising dopo la protesta di importanti brand britannici che si erano ritirati dalla piattaforma perché associati a video con contenuti offensivi.

La questione è naturalmente sempre quella del proliferare di false notizie e contenuti che istigano all’odio sui social network e le altre piattaforme di user generated content. Google era già intervenuta sull’argomento divenuto particolarmente pressante nel dibattito pubblico, prima introducendo una verifica delle notizie aggregate dal suo Google News (e inserendo il contrassegno “Fact Check” in alcuni paesi come Argentina, Brasile, Messico, Usa, Francia e Germania) e, da ultimo , sperimentando una squadra per identificare e rimuovere “le informazioni come inaccurate”.

Tuttavia, mentre Facebook se la deve vedere con la Germania, che cerca di correre al riparo in vista delle sue prossime elezioni politiche e per farlo sta pensando addirittura ad una multa salata per gli intermediari che non agiranno tempestivamente nei confronti dei contenuti ritenuti violenti o delle false notizie, Google ha ora a che fare con il Regno Unito: al centro del loro scontro ci sono alcuni video ritenuti promotori di contenuti estremisti e che sarebbero stati associati in via automatica alla pubblicità sul Tubo acquistata dalle aziende e delle istituzioni britanniche.

A portare alla ribalta la questione è stato un rapporto del Times , a seguito del quale Londra ha convocato Google chiedendo spiegazioni dell’advertising pagato ed apparso su video “di sostenitori dello stupro, antisemiti e predicatori d’odio”, tra cui quello del nazionalista bianco americano David Duke e il negazionista Steven Anderson: secondo il reportage, ai loro video erano per esempio associate inserzioni della Royal Navy, della Royal Air Force, della BBC e dell’azienda dei trasporti di Londra.
Come riferisce un portavoce delle istituzioni britanniche: “È del tutto inaccettabile che i contribuenti vedano i loro soldi finire in pubblicità associate a contenuti inappropriati”.

In concomitanza con tale confronto, tanto il Guardian, Channel 4 e la BBC quanto il Governo del Regno Unito hanno deciso di sospendere la collaborazione con il circuito di advertising di YouTube , seguiti dalla compagnia di advertising francese Havas SA (la sesta più grande al mondo) che ha ritirato i suoi clienti britannici tra cui compaiono O2, Royal Mail Plc, Domino’s Pizza e Hyundai Kia e riferito che tornerà sui propri passi solo quando potrà “tornare ad avere fiducia che la piattaforma YouTube e Google Display Network offrano quegli standard” che si aspettano insieme ai propri clienti.

Davanti a tale defezione, Mountain View ha immediatamente annunciato che offrirà ai propri clienti maggiore controllo sui contenuti che potranno essere associati alle proprie inserzioni, sia che si tratti di video YouTube che di altri contenuti del Google Display Network. Google, poi, riconosce ora la necessità di implementare politiche più strette in merito ai contenuti ai quali possano essere associati gli ad della propria rete commerciale: Mountain View parla di “più controlli” perché sottolinea che ci fossero già delle limitazioni, che per esempio solo nel 2016 hanno portato alla rimozione di circa “2 miliardi di inserzioni e 100mila inserzionisti dal programma di AdSense” e hanno “impedito al proprio advertising di apparire su oltre 300 milioni di video”.

Claudio Tamburrino

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