Italia, la Web Tax detta legge

Approvato anche in Senato il discusso emendamento che, attraverso lo strumento della partita Iva italiana, vorrebbe far pagare quanto dovuto dagli operatori della Rete. Ma Bruxelles potrebbe bacchettare l'Italia

Roma – Con l’ultimo passaggio al Senato è stata approvata in via definitiva la cosiddetta Web Tax, che diventa legge dello Stato nell’ ultima versione modificata e corretta per cercare di superare le critiche più aspre.

Con 167 voti favorevoli e 110 contrari, infatti, l’Assemblea parlamentare ha accordato la fiducia al Governo Letta, approvando definitivamente la legge di stabilità 2014 che contiene – tra le altre cose – la discussa norma che interviene sulla questione fiscale delle multinazionali che operano online .

In pratica, per risolvere il problema della corretta tassazione degli incassi effettuati attraverso l’advertising online da parte di quelle aziende con sedi dislocate in diversi paesi (europei e non), in grado di scaricare su affiliate e controllate estere i guadagni con misure fiscali nella zona grigia della legalità, il legislatore italiano ha deciso di introdurre (unilateralmente, senza sentire cioè il parere delle istituzioni europee che in via informale hanno già sollevato diversi dubbi sulla questione) l’ obbligo di possesso di partita Iva italiana da parte degli operatori della Rete : nella versione modificata della norma tale dovere viene circoscritto a chi vende pubblicità online “e link sponsorizzati”.

Il principale sostenitore della misura, l’esponente del Partito Democratico e presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, ha accolto con entusiasmo l’intera legge di stabilità che, riferisce , “va nella direzione giusta”. Quella che non vuole assolutamente chiamare Web Tax e che considera un successo assoluto “è riuscita a imporre un dibattito anche in Europa”, tanto che anche nel prossimo consiglio UE “è stato preso un impegno a discutere dell’armonizzazione fiscale entro la primavera”.

Come si legge nel resoconto del Senato, tuttavia, vi sono state parecchie critiche: nel dibattito in Aula le opposizioni l’hanno definita “la manovra delle occasioni perdute”, una misura “inattendibile nelle previsioni e inadeguata rispetto agli obiettivi”, che invece di “investire su un piano triennale del lavoro, stabilizza l’austerità”. Il problema, dicono, è che “il testo licenziato dalla Camera istituisce nuove tasse – ad esempio l’imposta unica comunale e la tassa su google – non delinea una strategia per le imprese e per i consumi, non segna alcun passo avanti sulla strada del federalismo fiscale, scontenta tutte le parti sociali, ma soddisfa interessi microsettoriali e lobbistici”.

Anche Matteo Renzi, neo-segretario del partito del Presidente del Consiglio Enrico Letta e di Boccia, si è sempre espresso contro la discussa norma: proprio da Boccia il sindaco di Firenze ha preso le distanze e – in un’intervista alla trasmissione televisiva Che Tempo che fa ha sostenuto l’importanza del sostegno a Internet che “ha creato 700 mila posti di lavoro in 15 anni e può crearne altrettanti nei prossimi tre, se creiamo le condizioni per cui sia uno strumento di servizio – c’è l’agenda digitale – se però la prima cosa che noi decidiamo è una normativa che è contro quella europea ci tiriamo la zappa sui piedi.”

La settimana scorsa, peraltro, la parlamentare del PD e componente della commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, Lorenza Bonaccorsi, insieme ai colleghi del Partito Democratico Paolo Coppola, Marco Causi e Giampaolo Galli, ha presentato un ordine del giorno che impegna il Governo ad informare la Commissione Europea delle scelte prese con la Web Tax e a sospenderne gli effetti qualora le istituzioni europee ritenessero opportuni dei cambiamenti: anche perché, secondo quanto riferiscono , non sarebbe stato neanche esperito l’obbligo di notifica “relativo a progetti delle regolamentazioni tecniche relative  ai prodotti e, quanto prima possibile, ai servizi della società dell’informazione, alla Commissione e agli altri Stati membri prima che queste siano adottate nelle legislazioni nazionali, come previsto dalla direttiva 98/34/CE (ex 83/189/CEE)”.

D’altra parte, se il Governo mancasse di considerare in qualsiasi modo l’opinione di Bruxelles, l’incompetenza del legislatore italiano in materia di diritto comunitario comporterebbe una sanzione nei confronti dell’Italia: anche per questo lo stesso Presidente del Consiglio Letta ha detto che “l’intervento fiscale che la Camera ha introdotto ha bisogno di un coordinamento con le norme europee essenziali”.

Oltre ad aspettare come una spada di Damocle l’eventuale condanna europea, la Web Tax deve ora attendere anche le interpretazioni del caso: se il primo comma è chiaro nel prescrivere l’acquisto di advertising online esclusivamente da soggetti titolari di partita Iva italiana, il secondo comma complica la situazione prevedendo lo stesso obbligo per tutti quegli “spazi pubblicitari on line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (servizi di search advertising), visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito internet o la fruizione di un servizio on line attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili”, senza specificare l’esclusivo interesse delle aziende italiane: così come scritta , insomma, considerando la trasversalità e l’accessibilità mondiale di Internet, la norma sembrerebbe ipotizzare l’obbligo di adeguamento alla partita Iva italiana anche per una eventuale azienda straniera con pubblicità su un sito .com caricato su un computer italiano.

Claudio Tamburrino

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