La morte del Web semantico? Non proprio

La complessità e l'austerità del Web Semantico globale prospettato da Tim Berners Lee è probabile resti solo un sogno. Un ricercatore di Yahoo! configura un Web Semantico semplice e flessibile, non univoco, ma emergente dal basso
La complessità e l'austerità del Web Semantico globale prospettato da Tim Berners Lee è probabile resti solo un sogno. Un ricercatore di Yahoo! configura un Web Semantico semplice e flessibile, non univoco, ma emergente dal basso

La morte del Web semantico. Questa la provocazione lanciata da Mor Naaman, ricercatore di Yahoo! Research Berkeley, nel contesto della sedicesima International World Wide Web Conference : il Web Semantico, quello complesso e globale, sarebbe morto. O meglio, rischierebbe di non vedere mai la luce. Piuttosto, si profila all’orizzonte l’avvento di un Web Semantico semplificato , di Web semantici emergenti e ad hoc, tagliati su misura delle applicazioni che sottendono e delle esigenze e delle caratteristiche degli utenti che lo costruiscono e ne fruiscono.

È un’utopia costringere gli utenti ad apporre dei tag complessi univoci per sottostare agli standard che permetterebbero di convergere in un unico Web Semantico. Le soluzioni che funzionano, che stanno prendendo piede, sono quelle che permettono alle persone di dotare i documenti di un reale valore aggiunto, sono quelle che consentono loro di proiettarsi senza mediazioni dentro ai contenuti , con i loro modelli mentali e con i loro obiettivi. La potenza e la flessibilità dei tag è rappresentata dalla semplicità e dalla libertà che ne guida l’apposizione: non essendo organizzati in ontologie, né strutturati in base a schemi rigidi, consentono all’utente di piegarli alle proprie esigenze, di rispecchiarsi nelle proprie personalissime etichettature. Consentono di raggiungere lo scopo di ritrovare i propri contenuti, di ricordarne il contesto, e di socializzare queste informazioni , facilitandone il reperimento da parte di altri utenti.

Se l’immediatezza e la libertà sono la condizione di esistenza del tagging per i netizen ordinari, lo stesso vale per gli sviluppatori. Mor Naaman sostiene che, nell’ambito delle applicazioni web, gli sviluppatori si baseranno su standard semplici e funzionali per la descrizione dei contenuti. Organizzeranno altresì i contenuti classificati da tag apposti dagli utenti, strutturandoli , a posteriori, in ulteriori “insiemi” o “canali”, determinati da metatag , comprensibili alle macchine.

Naaman cita come esempi RSS, Microformat, il machine tagging di Flickr : sono soluzioni bottom up , garantiscono la flessibilità che consente di organizzare i contenuti in base ad obiettivi precisi, a differenza di standard complessi e univoci che descrivono i contenuti in maniera rigida.

I machine tag di Flickr, ad esempio, con una sintassi che prevede un namespace , che definisce il “contesto”, un predicato e un valore, consentono agli sviluppatori, e in alcuni casi ai device di cui si servono gli stessi utenti, di dotare le immagini postate su Flickr di metadati aggiuntivi e precisi, e di aggregarle in insiemi significativi, a posteriori.
Anche i machine tag di Flickr sono consegnati alla fantasia dell’utente, che spesso coinciderà con lo sviluppatore: ciascuno può decidere di organizzare nuove triple di metadati, a seconda delle proprie esigenze e delle prospettive che si configurano per i contenuti. Nel caso dei tag geografici di Flickr, ad esempio, le fotografie possono essere organizzate in mappe, piuttosto che esportate presso altre applicazioni.

Proprio questa libertà e questa classificazione che emerge dal basso, dalle esigenze e dai modelli mentali di utenti e, ad un livello superiore, di sviluppatori, rappresenta un ostacolo pressoché insormontabile per i rabdomanti ricercatori del Web Semantico. Pretendere che si affermino degli standard complessi è un obiettivo pretenzioso, sostiene il ricercatore, almeno quanto strutturare un’ontologia univoca e completa dei metadati assegnati dal basso. Le informazioni e le metainformazioni, non essendo organizzate rigidamente da utenti e sviluppatori, essendo assegnate in base a modelli mentali, intenti e formati differenti, si sovrappongono e si duplicano, contrassegnando realtà diverse, sfaccettature della stessa realtà o la stessa realtà ma in maniera radicalmente diversa.

Per questo motivo, il Web Semantico così come lo prospetta e lo invoca Tim Berners Lee rischia di restare un sogno. Un sogno che non vieta di pensare alla prospettiva di un ” Emerging-Semantics Web “, nel quale le ontologie emergono dal basso, connotandosi in base al volere dei netizen , nel quale la classificazione dei contenuti si ponga a servizio delle macchine non in maniera globale, ma ritagliandosi su misura di singole applicazioni.

Gaia Bottà

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17 05 2007
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