L'email interrompe il pensiero

Non è una rivelazione sconvolgente, ma dà corda a chi parla di rischio dipendenza
Non è una rivelazione sconvolgente, ma dà corda a chi parla di rischio dipendenza

Guai a diventare email-dipendenti . Lasciarsi accalappiare fa perdere produttività, alza la quota d’ansia, guasta i weekend, crea tensioni e non necessariamente risolve problemi. In una parola, gestire la posta elettronica in modo sregolato, a ruota libera, farsi sommergere dai messaggi e dal check compulsivo della nuova posta in arrivo può rivelarsi pernicioso, provocando una vera e propria dipendenza . Che può distrarre in modo sostanziale da quel che si sta facendo.

Nata ormai molti anni or sono, la posta elettronica in Internet è rimasta sostanzialmente invariata nelle sue viscere tecnologiche, ha attraversato molteplici fasi evolutive ma ha anche assunto un ruolo di primaria importanza in tanti aspetti del lavoro e della vita privata. Al punto da entrare a viva forza in quella che il New York Times , disquisendo su Facebook con il suo creatore, battezza intimità digitale .

Il Sidney Morning Herald , invece, definisce la posta elettronica in maniera più negativa: una distrazione dannosa , perché tale diventa se solo ci si ricorda che in uno studio , peraltro neanche nuovo e non il solo , l’Università britannica di Loughborough indica che in media occorrono 64 secondi per riprendere il “filo del discorso”, dopo essere stati “interrotti” dall’arrivo dal prorompere di un messaggio email. Per cui – si racconta ora – chi controlla la posta ogni 5 minuti perde in realtà 8 ore e mezzo a settimana solo per cercare di far tornare in mente ciò che stava facendo qualche minuto prima.

Lo studio non è passato inosservato: c’è più di qualcuno che si è prodigato nella composizione di sorte di decaloghi , nei quali si offrono suggerimenti per impedire alle email di invadere quella sacra concentrazione, quel momento di attesa lucidità o quell’escavazione nelle profondità della materia grigia di cui tanto si ha bisogno durante il proprio lavoro o, comunque, nella desiderata intimità digitale .

Grazie all’interattività della blogosfera, è anche possibile apprendere come diversi siano i risultati di tali suggerimenti, a seconda del soggetto e della sfera in cui vengono applicati. La soluzione finale? Il buon senso, naturalmente, quel famoso cum grano salis di pliniana memoria che slitta talvolta in certi articoli di giornale e spesso viene dimenticato anche da chi li legge.

Marco Valerio Principato

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