L'esperanto può cambiare l'informatica?

Punto Informatico ne parla con il presidente dell'Accademia della Crusca, portatore di una proposta che provoca sia gli informatici che gli esperantisti. Optare per una lingua comune significa capirsi meglio e accelerare lo sviluppo
Punto Informatico ne parla con il presidente dell'Accademia della Crusca, portatore di una proposta che provoca sia gli informatici che gli esperantisti. Optare per una lingua comune significa capirsi meglio e accelerare lo sviluppo


Roma – Esperanto , una lingua che non appartiene ad alcun paese e che è parlata solo da una ristretta cerchia di cultori, una lingua che nell’informatica potrebbe però trovare un nuovo nodo di sviluppo, un terreno fertile su cui crescere in un’ottica globale.

Se c’è infatti una cosa che fa rizzare i capelli ai linguisti è il neonato gergo informatico: un misto di inglese (tanto) e di lingue locali (poco), una lingua spuria (diciamo pure “bastarda”) -che non è l’inglese che si sente parlare- storpiata nella pronuncia inevitabilmente intrisa degli idiomi locali.

E così, per esempio in Italia, diventano normali frasi del tipo “accendi lo scanner”, “un malware invisibile”, “effettuare data mining” per arrivare, se si riflette, ad una meta-lingua come “il phishing che spamma” o “un worm che formatta”. E’ italiano? E’ inglese? E, poi, paese che vai miscuglio che trovi: ogni cultura ha dovuto fare i conti con questa imposizione di stampo anglofono.

Non che sia un problema prioritario – ammettono gli stessi linguisti – ma riuscire a creare un gergo unico per il settore dell’informatica sarebbe quanto meno utile e favorirebbe la comprensione e la divulgazione della materia con termini unici ed univoci inventati apposta.

La pensa proprio così il presidente dell’ Accademia della Crusca , Francesco Sabatini, probabilmente la più alta autorità in materia linguistica, che prova a lanciare un assist agli esperantisti che da anni si dannano per diffondere una lingua inventata. Dice: provateci seriamente con l’informatica, potrebbe avere un senso, altrimenti quella dell’esperanto rimarrà una chimera (un florilegio di articoli in esperanto ).

La proposta (probabilmente provocatoria) non sembra avere ancora i piedi per camminare da sola ma si sta attrezzando ed è probabile che in un importante convegno previsto per i primi mesi del 2006 qualcosa venga fuori. Punto Informatico ha parlato della questione proprio con Sabatini.

Punto Informatico: Secondo lei nell’era di Internet la lingua Italiana è cambiata?
Francesco Sabatini: E’ indubbio. Soprattutto nel settore dell’informatica l’attacco dell’inglese è stato fortissimo, in alcuni casi devastante. Tutto questo ha favorito la creazione di una lingua ibrida che è diversa a seconda delle zone geografiche, ha una terminologia fredda. Di sicuro gioverebbe unificarla.

P.I….ed è qui che entra in gioco l’esperanto…
F.S. Da molti decenni gli esperantisti cercano di promuovere l’esperanto come lingua unica per l’Unione europea: si pensi ai vantaggi di cambiare paese e continuare a parlare la stessa lingua…

P.I….Un po’ come è accaduto con la moneta unica: tanti disagi all’inizio ma poi i vantaggi si raccolgono…
F.S. Ma sì, l’idea ha indiscutibili vantaggi teorici ma ci sono moltissime difficoltà di ordine pratico. Tempi, mezzi e costi sono senza dubbio esorbitanti a prescindere dal risultato e sarebbe logico proporlo solo se fatto su scala mondiale.


P.I.Certo il discorso fila ma una lingua “mondiale” già c’è. Non si farebbe prima ad imparare tutti l’inglese?
F.S. Lo so benissimo: più di un terzo della popolazione mondiale è di ceppo anglofono ma anche l’inglese non è omogeneo; è parlato con tantissimi accenti ed è conosciuto a diversi livelli. L’esperanto è una lingua cristallizzata che per definizione è, e deve essere, uguale per tutti. Il gergo o una inflessione nell’esperanto sono un controsenso. Le difficoltà legate ad una reale diffusione sono troppe: ormai, credo, abbiamo superato il limite del possibile… ma credo che questa lingua inventata abbia un’ultima possibilità di radicarsi…

P.I.Cioè?
F.S. Quella di diventare la lingua ufficiale dell’informatica. In fondo si tratterebbe di imparare un centinaio di parole. Ma attenzione, non parlo di sostituzione del linguaggio software di programmazione ma della divulgazione della terminologia tecnica. Dare insomma a specifici comandi, apparecchiature, azioni, nomi in esperanto, unici per tutto il mondo.

P.I.Si riferisce anche ai comandi dei diversi programmi?
F.S. Potrebbe essere un tentativo da fare.

P.I. In effetti così di ogni programma ne avremmo una sola versione, buona per tutti i paesi.
Ma bisognerebbe mettere d’accordo i produttori di software…

F.S. E’ un tentativo che gli esperantisti possono fare…

P.I. E per studiare l’esperanto come si fa?
F.S. Si impara e basta. Non abbiamo dovuto fare così con il gergo dell’informatica? L’abbiamo dovuto imparare da un giorno all’altro. E poi con un piccolo libretto con tutti i termini (un centinaio ) da tenere a portata di mano sarebbe facile. Questo non è un aspetto insormontabile.

P.I. Insomma mi pare di capire che l’idea rispecchi anche latenti motivazioni di libertà…
F.S. Una cosa è avere una lingua imposta, che è simbolo di una cultura, di un modo di agire e di un potere; un’altra cosa è decidere tutti, di comune accordo e liberamente, di scegliere un idioma neutro ed adattabile, estremamente flessibile.

P.I. E cosa ne pensano i suoi colleghi dell’Accademia?
F.S. Badi bene, la mia è una proposta privata: l’Accademia non c’entra niente. Dovrà deliberare nei prossimi mesi per prendere una posizione ufficiale. Nel frattempo stiamo organizzando un convegno nel quale si sviscereranno tutte le difficoltà del caso. E poi si vedrà…

Alessandro Biancardi

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14 11 2005
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