M5S contro i relitti Web delle istituzioni

Duplicati, parzialmente aggiornati, incapaci di consolidare la memoria storica del cittadino: il parlamentare Riccardo Nuti chiede chiarezza sulle spese sostenute per gestire siti Web istituzionali non più utili, dopo la risposta del Sottosegretario De Vincenti
Duplicati, parzialmente aggiornati, incapaci di consolidare la memoria storica del cittadino: il parlamentare Riccardo Nuti chiede chiarezza sulle spese sostenute per gestire siti Web istituzionali non più utili, dopo la risposta del Sottosegretario De Vincenti

Siti abbandonati, aggiornati alle vicende di governi tramontati, che continuano a figurare in Rete pesando sulla spesa pubblica senza contribuire ad informare la società civile: secondo il parlamentare Riccardo Nuti, del Movimento 5 Stelle, non sono che “relitti telematici che affollano e inquinano internet” e per questo ha cercato di fare luce sulla questione con una interrogazione parlamentare.

Nell’interrogazione depositata nel mese di febbraio si sottolineava come si potessero contare “più di 240 siti web governativi, in gran parte riconducibili alla Presidenza del Consiglio dei ministri e ai suoi dipartimenti”: “64, pari a più di un quarto del totale, risultano essere inattivi – si osservava – mentre tra quelli funzionanti alcuni vengono aggiornati solo sporadicamente”. L’elenco che i parlamentari del M5S chiamavano in causa è costituito dai siti .gov.it registrati dalla pubblica amministrazione dal 2002 ad oggi, e presi in esame proprio in quel periodo dal Sole 24 Ore , sulla base dei dati gestiti da AgID.

Siti duplicati nelle loro funzioni, siti messi online “per finalità comunicative e propagandistiche”, magari rispetto a istanze del passato, siti solo parzialmente funzionanti: nell’interrogazione si cita l’esempio di spazi Web creati per tenere traccia di riforme annunciate dagli esecutivi del passato, che non concorrono certo alla trasparenza o a consolidare la memoria storica del cittadino, ma rischiano semplicemente di creare confusione, se abbandonati a se stessi.
Si tratta di siti che, si osserva nell’interrogazione, hanno necessariamente delle spese di gestione e di manutenzione, magari non spropositate come quelle previste per mastodonti promozionali come i controversi Italia.it o Verybello.it (citati nel testo dell’intervento, anche se non afferenti all’elenco dei gov.it ), ma pur sempre rilevanti.

Con queste motivazioni i parlamentari del Movimento 5 Stelle si rivolgevano alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere un elenco completo dei “siti web che fanno capo al Governo” e la documentazione relativa all’ammontare delle spesa pubblica per la loro creazione e gestione, per chiedere “se si intenda procedere alla riduzione dei siti web governativi, in particolare dismettendo i siti attualmente inutilizzati e quelli aventi tra loro contenuti identici o similari” e “se, in futuro, non si intendano utilizzare siti web già esistenti per promuovere un tipo di contenuti ivi già presenti”.

La risposta del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri De Vincenti, pervenuta nei giorni scorsi, cerca innanzitutto di tracciare dei distinguo: Verybello.it costituisce “una iniziativa autonoma del MIBACT” e risulta “fuori dal perimetro di competenza”, così come Italia.it, di cui “la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha sempre mantenuto la titolarità per una scelta di continuità” e “in considerazione dell’importanza della rappresentatività di tale nome”, ma la cui gestione a fini istituzionali è stata concessa ad altro ente .

De Vincenti giustifica poi la grande mole dei domini con il fatto che si registrino “diverse declinazioni dello stesso nome per evitare di generare confusione o ambiguità di informazioni verso l’utente internet”, con il fatto che la titolarità del dominio venga mantenuta anche nel caso di siti inattivi per evitare fenomeni di squatting. La registrazione, spiega De Vincenti, non comporta spese aggiuntive, “in quanto questa attività è sempre stata compresa tra i servizi dall’internet service provider di riferimento, nell’ambito del sistema pubblico di connettività SPC”. Le uniche spese a cui De Vincenti fa riferimento sono i 5mila euro al mese (IVA esclusa) “per la manutenzione correttiva ed evolutiva del software applicativo di tutti i siti ospitati nel CED PCM”. “Costi contenuti” comporta invece l’operato dell’Ufficio Informatica e Telematica interno, che spesso lavora ai nuovi siti “con risorse già disponibili utilizzando la modalità del riuso e quindi senza oneri aggiuntivi” e che si basa sull’impiego di un unico”CMS open source che non ha costi di licenza”, riducendo così la necessità di competenze e professionalità diversificate per operare con diversi sistemi.

La risposta delle istituzioni non ha soddisfatto Nuti: i 5mila euro mensili ascritti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri De Vincenti alla “manutenzione software” appaiono al parlamentare “una cifra parziale”, come “parziale” sarebbe la lista dei siti stilata dal governo. “È necessario, in un periodo di forte crisi economica – ammonisce Nuti – che vengano evitate spese inutili e che la gestione degli spazi web istituzionali sia oculata ed efficiente”.

De Vincenzi, nella risposta all’interrogazione del M5S, mostrava di confidare nelle linee guida che verranno dettate nel contesto del progetto Italia Login, delineato a marzo nel piano nazionale di Crescita Digitale: “a partire da ottobre 2015 mitigherà la tendenza alla proliferazione dei siti delle amministrazioni pubbliche, promuovendone una maggiore integrazione”.

Gaia Bottà

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08 07 2015
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