McBride (SCO): open source da rifare

In una lettera aperta il boss di SCO accusa la comunità open source degli attacchi DoS subiti dai propri server e critica senza riserve il modello di sviluppo e di business promosso dal movimento Open
In una lettera aperta il boss di SCO accusa la comunità open source degli attacchi DoS subiti dai propri server e critica senza riserve il modello di sviluppo e di business promosso dal movimento Open


Lindon (USA) – L’ormai celebre CEO di SCO Group, Darl McBride, è tornato alla carica contro la comunità open source in una lunga lettera aperta , accusando alcuni promotori dell’open source di aver più volte portato attacchi di tipo denial of service (DoS) contro i propri server.

Alla fine di agosto il sito Web di SCO era divenuto irraggiungibile per alcuni giorni, un problema già verificatosi lo scorso maggio. In entrambi i casi l’azienda affermò di essere rimasta vittima di attacchi DoS.

“Non c’è alcun dubbio – scrive McBride nella propria lettera – sull’affiliazione dell’aggressore: com’è stato affermato (dai media, N.d.R.), il leader dell’Open Source Eric Raymond ha detto di essere stato contattato dall’esecutore dell’attacco definendolo uno di noi .”

Sebbene McBride renda merito a Raymond di aver pubblicamente chiesto al cracker di fermare il proprio attacco, egli biasima la decisione del noto guru dell’open source di non rivelare l’identità del proprio contatto “così che – dice McBride – possa essere fatta giustizia”.

“Nessuno deve tollerare gli attacchi DoS e gli altri tipi di attacco in questa economia dell’Information Age così pesantemente legata ad Internet”, si legge nel documento di McBride. “E’ necessario che il signor Raymond e l’intera comunità Open Source aiutino in modo deciso l’industria a contrastare questo tipo di crimini . Se non ci riuscissero, getterebbero un’ombra sull’intero movimento open source e farebbero nascere diversi dubbi sul fatto che l’open source sia effettivamente pronto a giocare un ruolo centrale nel business informatico”.

“Non possiamo avere una situazione – continua McBride nella sua lettera – nella quale le aziende debbano temere di essere i prossimi bersagli di un attacco nel caso in cui intraprendano un’attività di business o assumano una posizione legale che indisponga la comunità open source. Finché questi attacchi illegali non verranno messi sotto controllo, i clienti aziendali e le principali società via via si allontaneranno da chiunque sia associato a questo tipo di comportamenti”.

Il secondo punto trattato dal CEO di SCO nella propria lettera riguarda quella che egli definisce “l’ammissione” di Bruce Perens , altro noto leader del movimento Open Source, relativa al fatto che del codice proveniente da Unix System V sarebbe stato copiato nel kernel di Linux.


In un recente documento Perens aveva definito l’inclusione in Linux di una certa porzione di codice Unix per l’allocazione della memoria “come un errore del processo di sviluppo di Linux (presso SGI)”. Nella sua citazione, McBride ha omesso di riportare la nota fra parentesi con cui Perens ha voluto puntualizzare che l’errore è da attribuire al processo di sviluppo interno di SGI; una precisazione che il boss di SCO giudica di poca importanza ai fini legali, come di poco conto giudica il fatto che, secondo Perens, quel codice sarebbe stato eliminato da tempo e si troverebbe solo in pochissime versioni di Linux.

“Nulla può cambiare il fatto che uno sviluppatore Linux al soldo di Silicon Graphics abbia infranto il copyright di una porzione di codice proveniente da System V, e concessa in licenza a Silicon Graphics sotto rigide condizioni d’uso, includendola in Linux come se fosse codice pulito, posseduto e controllato da SGI. Questa è una evidente violazione del contratto di SGI e dei vincoli che questa ha nei confronti del copyright di SCO”.

Con tali affermazioni McBride conferma le speculazioni emerse di recente sulla possibilità che SGI possa essere il prossimo bersaglio, dopo IBM, della battaglia legale di SCO. Il CEO dell’ex Caldera ha tuttavia detto di essere in trattative con SGI per trovare una soluzione al problema.

McBride sostiene che il caso di SGI rappresenta “un piccolo esempio che rivela grosse falle strutturali nel processo di sviluppo di Linux” e che, in sostanza, mette in serio dubbio l’applicabilità di questo modello all’interno del mondo aziendale. Il massimo dirigente di SCO sostiene che la comunità open source dovrebbe garantire che il suo codice rispetti le leggi sul copyright .

“Suggerisco rispettosamente agli sviluppatori open source – scrive McBride – di fare un uso migliore delle proprie capacità e risorse collettive invece di difendere e giustificare linee di condotta sbagliate in merito alle proprietà intellettuali (…)”. Nel seguito della propria lettera il boss di SCO sostiene che la comunità deve fare “un salto di qualità” e passare dallo stadio “Hacker contro Grosse Imprese” ad una nuova fase che le permetta di acquistare credibilità e fiducia presso il mondo enterprise.

“Sono i clienti aziendali – spiega McBride – che decideranno infine la sorte dell’open source: non SCO, non IBM e non i leader dell’open source”.

McBride sostiene che se oggi “alcuni grossi clienti aziendali hanno accettato il software aperto” è solo perché “IBM vi ha posto sopra il proprio nome”.

Il CEO di SCO richiama dunque l’Open Source ad un rispetto “delle regole” e “dei principi” che stanno dietro al concetto di proprietà intellettuale , invitando i leader di questo movimento a sviluppare un modello di business “sostenibile” che, agli occhi dei clienti aziendali, “dia stabilità e attendibilità alla comunità Open Source”. McBride si è detto disponibile e aperto alla collaborazione. Nel frattempo, però, afferma di voler continuare “a proteggere le proprietà intellettuali e i diritti contrattuali” della propria azienda.

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09 09 2003
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