McKinnon a un passo dalla frontiera USA

Il super cracker del Pentagono colleziona l'ennesima sconfitta nel tentativo di salvarsi dall'estradizione. Per lui si avvicina il momento della verità, ma la campagna a suo supporto continua a fare proseliti
Il super cracker del Pentagono colleziona l'ennesima sconfitta nel tentativo di salvarsi dall'estradizione. Per lui si avvicina il momento della verità, ma la campagna a suo supporto continua a fare proseliti

Gary McKinnon non è uno di quei “botnet master” che oggigiorno tengono in piedi il business del cyber-crimine a base di cracking, malware e abuso della (in)sicurezza telematica, nondimeno è costantemente al centro di un caso mediatico che si trascina da oltre un lustro. La vicenda del super-cracker del Pentagono si è però avviata alla sua conclusione con l’ennesimo rigetto , da parte delle autorità britanniche, degli appelli del 43enne londinese di non venire estradato negli States.

E dal 2004 che la famiglia McKinnon combatte la sua battaglia legale contro il governo USA, intenzionato a processare l’hacker entro i confini patrii avendo Solo (così era conosciuto online Gary) penetrato, tra il 2001 e il 2002, quasi 100 sistemi telematici “sensibili” inclusi computer della NASA, dell’Esercito, della Marina, del Pentagono e dell’Air Force.

I legali di McKinnon si sono più volte appellati alla decisione del governo britannico di autorizzare l’estradizione dell’uomo, adducendo infine la motivazione secondo cui uno come lui malato della sindrome di Asperger (condizione legata all’autismo) sarebbe influenzato in maniera negativa dall’espatrio al punto da mettere a rischio la sua salute .

Quale che sia la condizione di Solo , e indipendentemente dal fatto che questi anni l’hacker si è sempre giustificato dicendo di essere alla ricerca della verità sugli UFO nascosta dal governo USA, il giudice Stanley Burnton ha nei giorni stabilito che l’estradizione è perfettamente proporzionata ai danni causati dall’uomo, stimati dall’FBI in quasi un milione di dollari tra sistemi in crash e credenziali d’accesso compromesse.

McKinnon va insomma estradato negli USA senza ulteriori rinvii, dice il giudice, ma in questi anni la campagna mediatica in suo favore si è estesa a personalità celebri dello spettacolo (Peter Gabriel, Sting, David Gilmour, Bob Geldof) e membri del parlamento di sua maestà.

Persino i professionisti dell’IT, generalmente poco teneri nei confronti della “specie” di smanettoni di cui McKinnon fa parte, sono in larga misura contrari all’estradizione e sottolineano l’abissale differenza tra uno come Solo (mosso da curiosità o anche da un peculiare disturbo ossessivo-compulsivo) e i tanti “botnet master”, malware writer, truffatori e cyber-criminali citati.

Apparentemente a McKinnon non resta che accettare l’idea di dover passare un periodo di tempo imprecisato (che nella vulgata della stampa arriva anche a 70 anni) nelle carceri federali degli States, mentre la madre Janis Sharp rivolge un ultimo , accorato appello al presidente Barack Obama affinché impedisca l’estradizione e metta fine a quello che lei definisce “un avanzo dell’era Bush”.

Alfonso Maruccia

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03 08 2009
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