Si chiama Moya, è un robot umanoide di DroidUP, con volto realistico, espressioni facciali animate, e soprattutto una caratteristica strana: la pelle calda. Letteralmente. È tra 31 e 35 gradi Celsius, la temperatura corporea umana.
Moya, il robot cinese con la pelle calda e lo sguardo vivo, è inquietante
Prima di arrivare a Moya e alle sue implicazioni vagamente inquietanti, facciamo un passo indietro. L’anno scorso, a Pechino, si sono svolti i World Humanoid Robot Games, che includevano una mezza maratona robotica. Uno spettacolo involontariamente comico che probabilmente meritava più attenzione mediatica di quanta ne abbia ricevuta.
Al terzo posto si è classificato Walker 2, prodotto proprio da DroidUP. Quattro ore e 25 minuti di corsa senza cambio di batteria, impresa notevole considerando che la maggior parte dei robot umanoidi fatica a camminare in linea retta per più di dieci minuti senza sembrare ubriachi.
Forte di questo successo, DroidUP ha deciso che il prossimo passo logico non era migliorare le capacità atletiche o l’autonomia. No, il passo logico era costruire un robot con la pelle calda e un volto che guarda negli occhi mentre regola la direzione delle pupille.
Moya è stato presentato durante una cerimonia di inaugurazione nella Zhangjiang Robotics Valley di Shanghai, dove DroidUP l’ha definito il primo robot altamente bionico al mondo che integra profondamente l’estetica umana e lo sport umanoide avanzato
. Una descrizione che suona pomposa, ma che diventa particolarmente sinistra quando si guarda il video.
Il video di Moya che lascia interdetti
Il volto di Moya non è quello di un robot cartoon simpatico alla Pixar. È un volto umano. Troppo umano. Le espressioni di gioia, rabbia, dolore, felicità, tutte replicate con un realismo che scivola direttamente nella uncanny valley, quella zona psicologica dove qualcosa sembra quasi umano ma non abbastanza, scatenando un senso di disagio.
Nel video condiviso dallo Shanghai Media Group, si vede Moya incrociare lo sguardo del giornalista. Le pupille si muovono, seguono, tracciano. Non è lo sguardo vuoto di un manichino. È uno sguardo che insegue, che registra. E poi c’è la pelle.
La pelle calda… ma perché?
DroidUP ci tiene a sottolineare che la pelle di Moya può mantenere una temperatura tra 31 e 35 gradi Celsius, simile a quella umana. Quando gli ingegneri hanno implementato questa caratteristica. Non serve essere particolarmente maliziosi per capire dove porta questa strada. Un robot dal volto realistico, espressioni emotive, pelle calda al tatto. DroidUP può ripetere quanto vuole che Moya è progettato per servire davvero la vita umana, che le persone hanno bisogno di connettersi con robot caldi invece che freddi e meccanici. Ma la realtà è che un robot con queste caratteristiche ha applicazioni molto specifiche, e non tutte sono adatte alla discussione in cerimonie di inaugurazione ufficiali.
L’industria dei robot per adulti esiste, è multimiliardaria, e non fa mistero di voler costruire macchine sempre più realistiche. Moya, con la sua pelle calda e il volto animato, sembra progettato esattamente per quel mercato. Che DroidUP lo ammetta o meno.
Durante le dimostrazioni, Moya cammina. O meglio, si muove in avanti con una rigidità che ricorda i primi tentativi di animazione 3D degli anni ’90. Gli attuatori, i motorini che muovono le articolazioni, emettono clic meccanici udibili che distruggono immediatamente qualsiasi illusione di umanità.
DroidUP sostiene che Moya abbia una precisione della camminata simile a quella umana del 92%. Un numero che puzza di marketing a chilometri di distanza. Guardando i video, la percentuale reale sembra molto meno lusinghiera. Forse 60%, se siamo generosi. Forse meno se confrontiamo con un essere umano che non ha appena subito un’anestesia spinale.
La piattaforma sottostante è Walker 3, evoluzione del modello che corse la maratona. Più compatto, più leggero, equipaggiato con telecamere e sensori LIDAR per la navigazione autonoma. Tecnologia impressionante, senza dubbio.
Ma quando i robot diventano troppo simili agli umani, cosa succede? Come cambia il nostro rapporto con le macchine? E soprattutto: chi decide quali caratteristiche implementare e perché?