La notizia era un falso, online come offline

Quando la disinformazione attecchisce, la questione non è afferente al canale di distribuzione, ma ai meccanismi di produzione di una notizia.
Quando la disinformazione attecchisce, la questione non è afferente al canale di distribuzione, ma ai meccanismi di produzione di una notizia.

Se ne è parlato ovunque nelle ultime ore: radio, tv e giornali, con la solita eco da social network, si è trovata unanime nel sentire il dovere di riportare e commentare la vicenda della povera Noa Pothoven. Il flusso delle notizie può essere letto in modo estremamente semplice nel suo semplice scorrere cronologico: l’emergere della notizia, il primo “tam-tam” mediatico (espressione che nell’accezione di McLuhan ha precisi richiami storici all’epoca della società divisa in tribù), quindi l’ossessiva rincorsa a coprire la notizia con nuovi dettagli, nuovi commenti, nuove analisi.

Una corsa di velocità alla quale ha partecipato l’intero mondo editoriale per logiche che tutti ben conosciamo: il dovere di coprire una notizia ritenuta importante si sposa fraternamente con il dovere di coprire una notizia ad alto coinvolgimento e, di conseguenza, ben si accompagna con logiche predatorie di mercato e di monetizzazione.

Ma il corto circuito era dietro l’angolo e presto si è svelato: la notizia era sostanzialmente un falso. Un errore, senza dolo (leggasi: involontario), ma al tempo stesso senza verifiche che le pratiche del buon Giornalismo avrebbero dovuto imporre a ogni attore in ogni singolo passaggio di questo “passaparola”. Il flusso delle notizie ha visto poco dopo il reflusso uguale e contrario delle smentite, o perlomeno delle errata corrige: quella che era stata presentata da tutti come una eutanasia autorizzata, è in realtà un suicidio che chiude una vicenda umana di infinita tristezza.

E da più parti finalmente la domanda inizia finalmente a radicare: chi ha detto “fake news“? Dove stanno coloro i quali ad ogni occasione puntano il dito contro l’online per cercare l’origine di tutti i mali della disinformazione? Come vogliamo leggere tutti quegli studi che, partendo da un falso principio, cercano di dimostrare (con dolo?) come la rete sia la causa delle bugie che quotidianamente si intrecciano alle verità creando un tessuto informativo debole e sfilacciato?

Il caso di Noa meriterebbe silenzio più che rumore, ma sicuramente non merita il trattamento che ha avuto in queste ore: una notizia che si è traslata sul piano etico e legale per diventare nuovo tema di frizioni sul nervo scoperto dell’eutanasia. Quando la notizia tornerà sul piano della realtà e sarà definitivamente archiviata in tutto il suo dolore umano, il mondo dell’editoria dovrà guardarsi dentro per cercare nuovi anticorpi contro dinamiche di questo tipo: come si può fermare un falso assunto quando questo attecchisce in poche ore e viene riverberato ad una velocità tale per cui nessun meccanismo intermedio è in grado di intervenire ponendo resistenza?

Il paradosso della velocità

Quando finalmente la smetteremo di ragionare in termini di “disinformazione online“, dando definitivamente per assodato il fatto che questa sia una conseguenza, e non una causa, di quanto sta succedendo, forse riusciremo finalmente a fare un passo vero verso la definizione – e il tentativo di risoluzione – del problema della falsificazione della realtà. Dolosa o meno che sia, la falsificazione è dietro l’angolo in ogni passaggio, poiché anche solo una errata trascrizione o una errata interpretazione, o un piccolo malinteso, possono trasformarsi in una deleteria valanga se le circostanze portano a moltiplicarsi l’eco della notizia.

La velocità è il fattore che amplifica il tutto. La velocità, ossia l’elemento che in teoria dovrebbe rendere preziosa l’informazione, è ciò che ha reso fragili i meccanismi editoriali, superati i ritmi del Giornalismo e bypassati i controlli etici che dovrebbero garantire veridicità e controllo delle fonti. La ricerca ossessiva della velocità, questa è la causa di tutto. La rete ha a che fare con tutto ciò? Assolutamente si: la rete ha reso praticabile l’accelerazione odierna, la stessa accelerazione che ha messo al palo l’editoria su carta e quell’improvvisa frenesia per lo scoop che oggi si cela silente dietro ogni tweet e ogni ultim’ora. Ma non si incorra nell’errore strumentale per cui si ritenga la rete a monte di tutto: la tecnologia abilita, ma è l’uomo a dover stabilire regole, protocolli e processi tali da consentire ai flussi di scorrere regolari.

Il caso Noa ha già subito una ennesima e inopportuna violenza. Non serve capire chi abbia sbagliato, perché a sbagliare è stato un intero sistema. Ma chi in passato ha frettolosamente archiviato il tema “fake news” additando la Rete, abbia l’onestà di guardarsi allo specchio e notare tutte le rughe del proprio approccio al tema. Andiamo oltre, per il bene di tutti. O abituiamoci a bere assetati in pozzi dell’informazione continuamente e inevitabilmente avvelenati, per il semplice gusto di aver portato avanti per anni battaglie tra tribù senza mai aver saputo guardare in alto all’orizzonte grigio che incombe su tutti.

Fonte: Open
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05 06 2019
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