Occhio, ora l'open source fa sul serio

Il mondo dell'open source può ormai contare su servizi di supporto, training e persino certificazione. Una terremoto che scuoterà dalle fondamenta il mondo del software


Roma – Oggi la filosofia open source non è più solo una moda un pO’ hippy di distribuire software od una forma di “fratellanza” fra sviluppatori. Oggi la filosofia open source è un mezzo alternativo, ma concreto e maturo, per approcciare il mercato del software.

La Free Software Foundation è stata l’organizzazione che per prima si è posta l’obiettivo di tradurre in licenza il concetto, generale, di software “aperto” o “libero”, e che coniò l’infelice termine “free software” per indicare, appunto, quel software i cui sorgenti potevano essere ridistribuiti e liberamente modificati. Purtroppo la parola “free” in inglese ha il duplice significato di “libero” e di “gratuito”: questo ha sempre portato i più a credere che pubblicare il proprio software sotto licenza “aperta” significasse, in pratica, regalarlo. Oggi per fortuna, anche grazie alla ridenominazione di “free software” in “open source”, questo concetto è uscito dai suoi confini prettamente “linuxiani” ed è entrato di diritto a far parte del bagaglio culturale di un’ampia schiera di sviluppatori, di ogni scuola e fede. Non solo, ma l’open source è divenuto una nuova forma di business anche per diversi big del settore, quali Netscape , Corel , Oracle , IBM , e altri ancora.

Ma ciò che fino a poco tempo fa ha impedito, tranne poche eccezioni, la diffusione del software open source in azienda, è stata principalmente la mancanza di supporto tecnico, oltre che di mentalità aperta da parte degli IT manager. Ora quel supporto è finalmente arrivato e con esso possiamo salutare con piacere i primi corsi di training, i primi esami di certificazione ed un numero in continua crescita di libri e manuali dedicati ai principali software open source.

Come si può vedere, non ci sono più scuse: chi ancora rifiuta a priori l’open source commette un errore con cui presto o tardi finirà per fare i conti. “Open your software, open your mind”.


Sebbene si sia visto come il software open source non sia affatto sinonimo di software gratuito, spesso lo è. Basti pensare a Linux ed a tutti i pacchetti che lo accompagnano, dai vari server ( Apache , Sendmail , ecc.) alla maggior parte degli applicativi scritti per Gnome e KDE . Ed anche quando non è distribuito gratuitamente, il software open source spesso risulta molto più economico del corrispondente per Windows o per qualsiasi altro sistema operativo commerciale. Questo è quello che più di ogni altra cosa gli ha permesso di diffondersi a macchia d’olio e creare dal nulla non solo un nuovo mercato, più aperto e concorrenziale, ma anche una nuova filosofia di sviluppo e testing del software.

Open source come medicina al cancro della pirateria, se vogliamo, ma soprattutto come rimedio alla monopolizzazione del mercato del software: nessuno, infatti, secondo le nuove regole, potrà più arricchirsi ad libitum con un prodotto se questo non sarà effettivamente competitivo ed in linea con le effettive esigenze dei suoi utenti.

Tutto ciò fa anche sì che l’open source abbia spostato l’attenzione sui servizi. Servizi di post-vendita, di consulenza o di training, ma anche servizi di “software on demand”: programmi e modifiche personalizzate, possibili grazie all’enorme mole di codice libero di qualità a costo zero o quasi.

Come si può intuire, gli scenari futuri sono davvero vasti e affascinanti, limitati soltanto dalla fantasia e dalla buona volontà delle parti in gioco.
Naturalmente Linux rimarrà il primo attore nel mondo open source e la sua costante crescita comincia a far paura ai monopoli?


Le prime due aziende a fornire supporto tecnico e consulenza nel mondo dell’open source sono state Red Hat e Caldera . In seguito anche produttori di computer come Dell , Compaq , IBM e Sun hanno adottato forme di assistenza post-vendita, in special modo per il mercato business, dove Windows NT o gli Unix commerciali sono stati affiancati da Linux. Si noti bene che la decisione da parte di questi colossi di commercializzare le prime linee di prodotti Linux non è nata da puro spirito d’avventura, ma da una effettiva richiesta proveniente dal mondo aziendale e, ultimamente, anche dal mondo consumer.

Ma a fianco di queste aziende, che offrono il supporto tecnico come valore aggiunto al prodotto offerto, sono nate realtà come Linuxcare e Mission Critical Linux che basano la loro esistenza unicamente sui servizi di supporto al software open source, servizi che, in seguito all’estrema scarsità di esperti e tecnici qualificati, vantano un alto valore aggiunto.

Una parte considerevole del successo in borsa di VA Linux , ad esempio, lo si deve proprio ai suoi servizi post-vendita offerti alle aziende.
Dal canto suo Linuxcare offre quasi ogni genere di servizio, compresi lo sviluppo di driver e la consulenza per soluzioni personalizzate. Mission Critical Linux si è spinta oltre offrendo ai suoi clienti monitoraggio, analisi e interventi tecnici direttamente via Rete.

Questo processo di “affiancamento” alle aziende da parte del mondo open source sta sfociando anche nella nascita dei primi corsi di certificazione, del tutto simili a quelli che siamo abituati a vedere per il mondo Windows. Sebbene si possa essere più o meno d’accordo sull’opportunità delle certificazioni, questo è un altro segnale importante della maturità raggiunta in questo settore.

Il robusto sostegno che gli investitori stanno dando a queste aziende, porta allo scoperto la gran voglia di nuovo che il mercato sembrava covare da tempo. Un nuovo che, guarda caso, coglie Microsoft in piena battaglia giudiziaria contro un’entità che, questa volta, potrebbe davvero rivelarsi più grande e minacciosa di lei.

Alessandro Del Rosso

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