Oltre Google c'è di più

di G. Scorza - L'equilibrio tra diritto alla privacy e il principio di non responsabilità degli intermediari, la libertà di espressione. Riflessioni sulle spiegazioni della Procura in attesa delle motivazioni della sentenza Vividown

Roma – La decisione resa lo scorso 24 febbraio dal Tribunale di Milano continua a far discutere in tutto il mondo e, nei giorni scorsi, la stessa Procura di Milano ha avvertito l’esigenza di intervenire, fornendo attraverso le pagine de L’Espresso alcuni importanti chiarimenti in relazione alla posizione dell’accusa e, dunque, alle ragioni che, con ogni probabilità, hanno indotto i Giudici milanesi a condannare i tre manager di Big G.

Non basta, naturalmente l’interpretazione autentica della Procura a sostituire le motivazioni con le quali i Giudici del Tribunale di Milano spiegheranno la propria decisione. Finito, quindi, il tempo dei commenti “a caldo” converrà, a questo punto, attendere di conoscere le motivazioni prima di tornare a riflettere sulla questione Google c. Vividown. Ad un tempo, tuttavia, è innegabile che la decisione abbia messo in discussione alcuni aspetti giuridici di grande rilievo sui quali si fonda l’attività di milioni di soggetti operanti in ogni parte del mondo e che pur non avendo – salvo poche eccezioni – raggiunto la notorietà ed il successo di Big G utilizzano analoghi modelli di impresa e di gestione dell’informazione.
In attesa, dunque, di conoscere le motivazioni del Tribunale sul caso Google, i chiarimenti della Procura legittimano alcune riflessioni di carattere più generale in relazione all’ambito geografico di applicabilità della nostra disciplina sulla privacy e al ruolo ed alla responsabilità degli intermediari della comunicazione in relazione alle questioni connesse, appunto, al trattamento dei dati personali.

Sulla prima questione, non serve attendere le motivazioni della Sentenza, per assumere che il Tribunale di Milano ha, evidentemente, ritenuto applicabile a Google Italy, almeno in relazione al servizio Google Video, il nostro Codice Privacy . Si tratta di una circostanza tutt’altro che scontata e che solleva delicate e complesse questioni che riguardano centinaia di migliaia di soggetti che prestano servizi della società dell’informazione nel nostro Paese pur avendo sede all’estero e non disponendo in Italia di alcuno “strumento situato nel territorio dello Stato”.

Al riguardo è noto che l’art. 5 del Codice Privacy stabilisce che esso ” disciplina il trattamento di dati personali, anche detenuti all’estero, effettuato da chiunque è stabilito nel territorio dello Stato o in un luogo comunque soggetto alla sovranità dello Stato ” e ” si applica anche al trattamento di dati personali effettuato da chiunque è stabilito nel territorio di un Paese non appartenente all’Unione europea e impiega, per il trattamento, strumenti situati nel territorio dello Stato anche diversi da quelli elettronici, salvo che essi siano utilizzati solo ai fini di transito nel territorio dell’Unione europea “. Sin qui non è emerso alcun elemento idoneo a far ritenere che i Giudici milanesi abbiano contestato a Google la realtà a tutti nota: il servizio Google Video era erogato, all’epoca dei fatti, da Google Inc utilizzando esclusivamente server collocati negli Stati Uniti d’America.

Lo stesso Garante italiano per la privacy, d’altro canto, in alcune pronunce relative ai servizi di indicizzazione erogati da Google, in diversi provvedimenti (9 novembre 2005 e 18 gennaio 2006 solo per citarne due) ha ritenuto che la circostanza che detti servizi fossero erogati da un soggetto con sede all’estero ed attraverso server situati negli USA, precludesse l’applicazione, ad essi, della disciplina italiana sulla privacy.
Non risulta, d’altro canto, che Google – né nessun altro soggetto con analogo modello di struttura e di business (Facebook, MySpace, DailyMotion, Twitter ecc) – abbia mai adempiuto alle specifiche prescrizioni imposte dalla disciplina italiana sulla privacy in tema, ad esempio, di informativa, richiesta del consenso, notifica al Garante, redazione del Documento programmatico sulla sicurezza ecc.

Neppure, per la verità, scorrendo i provvedimenti del Garante privacy se ne trova alcuno che ordini a tali soggetti di adeguarsi alla disciplina nazionale o, piuttosto, che constati l’inadempimento ed irroghi la conseguente sanzione.
Non vi è, tuttavia, alcun dubbio che i Giudici di Milano, sul punto, siano giunti a diversa conclusione.

Al riguardo la Procura di Milano ha dichiarato a L’Espresso : “l’utilizzo dei dati personali, a fini di lucro (nella documentazione ritrovata presso la sede italiana era indicato chiaramente come ‘la missione di Google Video’ fosse quella di ‘monetizzare ogni video presente nel nostro indicè) e trattati presso la sede di Google Italy a Milano, rientra nell’ambito di applicazione della normativa europea ed italiana a tutela della persona (legge privacy)”.
Sorge quindi il dubbio che, secondo i Giudici milanesi, svolgere un’attività lucrativa in Italia che sia connessa ad un trattamento di dati personali effettuato all’estero da un soggetto straniero equivalga a trattare nel nostro Paese tali dati con conseguente applicazione della disciplina italiana in materia di privacy. Google Italy, in altre parole, sarebbe soggetto al Codice Privacy in quanto in Italia si svolgerebbe un’attività – credo peraltro solo di supporto – connessa alla vendita di pubblicità correlata ai video ospitati sulla piattaforma di Google Inc.

Si tratta innegabilmente di una tesi stimolante, destinata tuttavia – se si trattasse di quella effettivamente accolta dal Tribunale di Milano – ad ampliare notevolmente l’ambito soggettivo e geografico di applicazione della disciplina italiana in materia di privacy, rendendola applicabile all’attività di tutti i soggetti che, per effetto di accordi intragruppo o di altri contratti pubblicitari, vendono spazi pubblicitari connessi a siti, piattaforme o servizi erogati da soggetti stranieri attraverso server situati all’estero. Facebook, Twitter, Dailymotion ma anche i siti dei principali broadcaster stranieri quali BBC, CNN e chiunque altro raccolga pubblicità nel nostro Paese sarebbero, dunque, soggetti alla disciplina italiana in materia di privacy.
Possibile. L’importante è, tuttavia, ricordare che oltre Google, in Rete, c’è molto di più e che complice l’omogeneità delle dinamiche di gestione dei contenuti e dei modelli di business, una volta dettata una regola occorre farla rispettare a tutti. Un altro dei principi che appare destinato a venir stabilito dalla Sentenza del Tribunale di Milano ed a produrre effetti ben al di là del caso di specie, concerne i rapporti tra la disciplina sul commercio elettronico con particolare riferimento alle disposizioni relative alla responsabilità degli intermediari della comunicazione e quella in materia di privacy e trattamento dei dati personali.
“Secondo la tesi della Procura – si legge sempre su L’Espresso – l’informazione non veritiera che Google ha veicolato – fin dall’inizio del processo, fuori e dentro l’aula – consiste nel qualificarsi, in relazione al servizio Google Video, come mero intermediario, non assumendo quindi alcuna responsabilità sui contenuti. In realtà i Pubblici Ministeri sostengono come la normativa sul commercio elettronico non possa trovare applicazione al caso in esame anche perché è lo stesso D.Lvo 70/2003 (art. 1 comma 2) a prevedere che ‘non rientrano nel campo di applicazione del presente decreto… le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personalì”.
In altre parole, secondo la Procura, Google non potrebbe trincerarsi dietro al principio dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza degli intermediari della comunicazione in quanto – in relazione ai profili privacy – tale principio non opererebbe. Si tratta di una tesi, ancora una volta stimolante e della quale la letteratura giuridica europea così come la giurisprudenza non si è, sin qui, occupata in modo approfondito.

È tuttavia evidente che l’applicazione del principio al di là del caso Google comporta conseguenze significative per tutti gli intermediari della comunicazione, svolgano essi funzioni di mere conduit , caching o, piuttosto, hosting : tali soggetti, qualora trattino – il che costituisce la regola – dati personali contenuti nelle informazioni scambiate e/o diffuse tra i propri utenti sarebbero tenuti ad uniformarsi alla disciplina italiana in materia di privacy e trattamento dei dati personali come se tali dati fossero da essi direttamente trattati. Nella tesi della Procura, infatti, sembrerebbe mancare qualsivoglia riferimento a specifiche qualità soggettive di Google. Ogni fornitore di servizi di hosting, dunque, sarebbe responsabile dei dati personali – anche di soggetti terzi – archiviati dai propri utenti sotto il profilo della disciplina sulla privacy così come ogni altro genere di intermediario dovrebbe preoccuparsi di prestare un’informativa sulla privacy e di acquisire il consenso non tanto in relazione al trattamento dei dati dei propri clienti quanto, piuttosto, a quello dei dati personali contenuti nelle informazioni veicolate, ospitate o trasmesse in esecuzione del contratto perfezionato con il proprio cliente.
Uno scenario sensibilmente diverso da quello attuale e che, a ben vedere, non sembra coerente con il quadro normativo europeo nel quale, a mio parere, non si è mai inteso escludere l’efficacia della disciplina contenuta nella direttiva sul commercio elettronico in ambito privacy ma, più semplicemente, garantire la compatibilità tra i due sistemi regolamentari.

Un paio di considerazioni varranno a chiarire tale conclusione.
Il Considerando 14 della Direttiva 31/2000 , innanzitutto, dice espressamente che ” L’applicazione della presente direttiva deve essere pienamente conforme ai principi relativi alla protezione dei dati personali, in particolare per quanto riguarda le comunicazioni commerciali non richieste e il regime di responsabilità per gli intermediari “. È, dunque, evidente che gli Stati membri siano chiamati a garantire la contestuale applicazione delle due discipline – privacy e e-commerce – e non già semplicemente – come sembrerebbe erroneamente ritenere la Procura di Milano – a far sì che la disciplina sulla privacy prevalga sistematicamente su quella in materia di e-commerce di modo che, ad esempio, tutti gli intermediari della comunicazione debbano perdere tale loro qualità soggettiva ed assumere quella di titolari del trattamento in ogni ipotesi nella quale la loro attività abbia ad oggetto dati personali.

È, d’altro canto, evidente che, ad interpretare in questo modo la Direttiva, si finisce inesorabilmente con il travolgere il principio dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza degli intermediari giacché, questi ultimi, per assicurarsi – così come esige la disciplina in materia di trattamento dei dati personali ove letta ed applicata autonomamente – di non trattare dati personali in violazione della disciplina sulla privacy si troverebbero indirettamente obbligati a “sorvegliare” l’intero patrimonio informativo veicolato.

Ritengo, invece, che il senso delle “clausole di salvaguardia” relative alla disciplina sulla privacy contenute nella direttiva e-commerce sia, più semplicemente e realisticamente, quello di chiarire che essa non vada applicata in luogo di quella sulla privacy nelle aree di possibile sovrapposizione ma, piuttosto, in concorso con essa. In altre parole, un intermediario della comunicazione rimane tale anche quando tratta dati personali e se tali dati sono nella disponibilità giuridica e fattuale dell’utente che è libero di aggiornarli e rimuoverli – così come avviene nel caso di upload di un video su qualsivoglia piattaforma UGC – non vi è alcuna ragione per trasformare l’intermediario in titolare di un trattamento che, in realtà, esso non gestisce se non dal punto di vista strettamente tecnico.

Alla stessa conclusione – ovvero nel senso di ritenere che tra la disciplina in materia di responsabilità degli intermediari e quella in materia di privacy debba sussistere un rapporto di “convivenza” e non già di “conflittualità” da risolvere in favore della seconda – sembra inoltre condurre anche il recente “Parere del Garante europeo della protezione dei dati personali sulla proposta di decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio che istituisce un programma comunitario pluriennale per la protezione dei minori che usano internet e le altre tecnologie di comunicazione”.
Nel documento del 23 giugno 2008, infatti, il Garante Europeo sottolinea ripetutamente di ritenere ” essenziale che le iniziative pianificate siano coerenti con il quadro giuridico esistente… e, in particolare, la direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, la direttiva 2002/58/CE sulla e-privacy e la direttiva 95/46/CE sulla protezione dei dati “. Nello stesso documento, inoltre, viene espressamente evidenziato che ” Per quanto riguarda i fornitori di servizi di telecomunicazione, la sorveglianza delle telecomunicazioni è tuttavia una questione discutibile, sia essa diretta al controllo dei contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale o di altri contenuti illeciti. Questo punto solleva la questione dell’intervento di un soggetto commerciale, che offre un servizio (di telecomunicazione) specifico, in una sfera in cui in linea di principio non è previsto che intervenga, vale a dire il controllo del contenuto delle telecomunicazioni. Il GEPD ricorda che, in linea di principio, tale controllo non dovrebbe essere esercitato dai fornitori di servizi e certamente non in modo sistematico. Laddove necessario in circostanze specifiche, in linea di principio dovrebbe essere compito delle autorità di contrasto “.

Il Garante Europeo, conclude quindi ricordando che ” nel parere del 18 gennaio 2005, il Gruppo dell’articolo 29 ha ricordato in relazione a tale questione che non può essere imposto ai fornitori di servizi Internet alcun obbligo sistematico di sorveglianza e collaborazione, conformemente all’articolo 15 della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico “. Se effettivamente la disciplina sul commercio elettronico fosse destinata – così come sostenuto dalla Procura di Milano – a cedere sempre il passo alla disciplina sulla privacy, è difficile credere che essa avrebbe potuto rappresentare un elemento addirittura centrale in un parere del Garante Europeo su di una materia, peraltro, contigua a quella oggetto del giudizio celebratosi dinanzi al Tribunale.

Sul punto – se la Sentenza confermasse la tesi sin qui rappresentata dall’accusa – sarebbe pertanto urgente conoscere il Parere della Corte di Giustizia UE, giacché chiamare gli intermediari della comunicazione a rispondere – sebbene “solo” sotto il profilo privacy – dei contenuti veicolati da parte dei loro utenti, significa ridiscutere in modo importante il modello di gestione delle informazioni e di business di decine di migliaia di operatori in tutto il mondo.

Un’ultima contestazione che la Procura di Milano, anche nell’interpretazione autentica proposta a L’Espresso , sembra muovere a Google ma che, per la sua portata, appare destinata a trascendere il caso di specie e ad incidere sulle dinamiche di gestione dell’informazione online caratteristiche di un novero di soggetti che va ben al di là di Big G, concerne i tempi di rimozione del video. Secondo l’accusa, infatti, Google ha atteso troppo a rimuovere il video rispetto ai primi commenti e segnalazioni pubblicati ed inviati dagli utenti.
La difesa di Google, invece, sul punto ha sostenuto e dimostrato, come emerge dalla puntuale ricostruzione de L’Espresso , di aver rimosso il video pressoché immediatamente a seguito della segnalazione della Polizia delle telecomunicazioni.

Sul punto – che alla fattispecie sia o non sia applicabile la disciplina sul commercio elettronico – credo sia importante assumere una posizione chiara e non equivoca: la responsabilità di un soggetto diverso dall’autore di una comunicazione per la pubblicazione di tale contenuto non può esser ricollegata a qualsivoglia segnalazione pervenutagli ma solo a segnalazioni “qualificate” o perché contenenti la prova inequivocabile del carattere illecito della pubblicazione o perché provenienti da un’Autorità deputata a tale genere di attività.
A prescindere dal caso di specie, infatti, spesso l’accertamento del carattere lecito o illecito di un contenuto è attività complessa ed opinabile che – a tutela dell’esercizio da parte di tutti della libertà di manifestazione del pensiero – non può restare affidata al libero arbitrio di soggetti privati che possono segnalare la pretesa illegittimità di un contenuto per interessi propri non meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento o sulla base di personali giudizi di tipo etico, politico o morale.

La velocità di diffusione delle comunicazioni telematiche non costituisce una buona ragione per derogare ad un fondamentale principio di libertà che vuole che l’accertamento della liceità o illiceità di una condotta – in ogni Paese democratico – sia rimesso, ove previsto anche con procedure d’urgenza, ad un’autorità terza ed indipendente.
Derogare tale principio, significa, a mio avviso, avviarsi a rinunciare alla Rete come straordinaria opportunità di effettivo esercizio della libertà di manifestazione del pensiero ed accettare il rischio che tale libertà, nella società dell’informazione, sia limitata da interessi economici ed imprenditoriali quale quello dell’intermediario a sottrarsi a qualsivoglia genere di responsabilità per aver continuato a “dare la parola” ad un utente in un contesto di incertezza circa la legittimità di tale parola.

Il Caso Google – Vividown, più che il confine tra diritto di impresa e diritto alla privacy così come sostenuto dalla procura di Milano, credo sia prezioso per delineare il confine tra libertà di manifestazione del pensiero in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli.
Sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?
È questa la domanda alla quale, sulla scia di quanto accaduto, credo che occorra farsi carico di rispondere.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

  • Wolf01 scrive:
    Ma sinceramente...
    Nell'articolo si parla del fatto che il problema non è tanto la questione del "chi l'ha fatto" quanto di "chi è responsabile".Vorrei portare alla luce una considerazione: questo problema affligge pesantemente anche il mondo reale, non solo internet.Caso AQuando un chirurgo sbaglia di chi è la colpa? "abbiamo fatto di tutto per salvarlo" e continua ad esercitare, a meno che il caso non sia palese -
    gli taglio una gamba invece di mettergli un pacemaker, ma pure qui ho dei dubbi e presumo che con qualche sotterfugio il chirurgo se la cavi e l'azienda sanitaria sia a pagare.Caso BQuando un giudice sbaglia e magari in buona fede o per interessi mette in libertà un delinquente -
    tizio ubriaco investe 7 persone alla fermata dell'autobus: ritiro della patente e 2 settimane di arresti domiciliari, uscito dopo 2 giorni per indulto.Paga la comunità.Caso CGiornalista sbaglia a riportare le notizie... ma chi se ne frega se il bambino che si è sbucciato dal ginocchio aveva 8, 9 o 12 anni, in 3 telegiornali 3 età diverse.Paga (in termini di conoscienza) la comunità perchè crede a qualsiasi cosa gli venga detto.Caso DIl politico di turno si fa leggi ad-personam, tutti gli altri d'accordo con lui perchè magari ci guadagnano.Il popolo paga.Caso EIo scrivo un post denigratorio verso qualche persona famosa su Facebook, questa se ne accorge e denuncia Facebook perchè magari non sa chi sono.(ricordo che è per portare un esempio)Facebook mi cancella il post, io lo rifaccio, Facebook mi blocca l'account, io ne faccio altri 15 e riposto la stessa cosa e così via.Alla fine la persona famosa si XXXXXXX e chiede i danni a Facebook.Facebook paga.Chissà perchè mi vengono in mente solo casi dove non è mai chi commette il fatto a pagare.
  • The Real Gordon scrive:
    Comunque il cloud andrà a vacche
    Non esiste proprio che le aziende si "affidino" completamente a terzi per la gestione dei propri dati, specie se ormai sono TUTTI su supporto informatico. Sarà una moda come second life, ma finirà male. Ogni imprenditore tiene alla riservatezza delle informazioni aziendali, dubito che nel lungo periodo si affidi a server a 10000 KM di distanza, siano essi di google o di microsoft. Un imprenditore non si fida di nessuno, punto. Al sucXXXXX, NEL LUNGO PERIODO, del cloud computing, almeno per come ora viene prospettato (hai solo un mouse, una tastiera, un monitor, una connessione e tutto il resto sta su un server altrui), non ci credo neanche se lo vedo.
    • MeX scrive:
      Re: Comunque il cloud andrà a vacche
      concordo.Il cloud é molto utile per condividere solo una parte delle proprie informazioni/documenti per sincronizzarle con device portatili etc etc...Non penso abbia senso limitare l'autonomia del proprio lavoro affidandosi al 100% alla nuvola
      • ullala scrive:
        Re: Comunque il cloud andrà a vacche
        - Scritto da: MeX
        concordo.
        Il cloud é molto utile per condividere solo una
        parte delle proprie informazioni/documenti per
        sincronizzarle con device portatili etc
        etc...

        Non penso abbia senso limitare l'autonomia del
        proprio lavoro affidandosi al 100% alla
        nuvolaEcco l'importante è avere ben presente (e il controllo) del limite che scientemente si vuole applicare a questo limite... a mè sta benissimo se uno decide di rendere pubblico ciò che vuole, purchè sia lui e non altri a poterlo decidere in coscienza e consapevolezza.La eccessiva niubbaggine può costare cara in certe circostanze.
    • Eretico scrive:
      Re: Comunque il cloud andrà a vacche
      - Scritto da: The Real Gordon
      Sarà una moda come second life, ma finirà male.
      Ogni imprenditore tiene alla riservatezza delle
      informazioni aziendali, dubito che nel lungo
      periodo si affidi a server a 10000 KM di
      distanza, siano essi di google o di microsoft. Un
      imprenditore non si fida di nessuno, punto.Ma chi ha mai detto che devi per forza affidare le tue preziose informazioni aziendali ad una nuvola ?!! Nessuno !!! Alla nuvola affiderai informazioni meno sensibili. Ti pare ? Ne più ne meno come oggi.Oggi tu lasci le tue preziose informazioni aziendali su un server internet aperto all'acXXXXX anonimo per caso ?! Sicuramente no e allora cosa cambia ? Nulla. Al massimo condividerai le tue informazioni su server interni protetti o comunque raggiungibili tramite VPN criptata.
      • The Real Gordon scrive:
        Re: Comunque il cloud andrà a vacche
        - Scritto da: Eretico
        - Scritto da: The Real Gordon

        Sarà una moda come second life, ma finirà male.

        Ogni imprenditore tiene alla riservatezza delle

        informazioni aziendali, dubito che nel lungo

        periodo si affidi a server a 10000 KM di

        distanza, siano essi di google o di microsoft.
        Un

        imprenditore non si fida di nessuno, punto.

        Ma chi ha mai detto che devi per forza affidare
        le tue preziose informazioni aziendali ad una
        nuvola ?!! Nessuno !!! Alla nuvola affiderai
        informazioni meno sensibili. Ti pare ? Ne più ne
        meno come
        oggi.
        Oggi tu lasci le tue preziose informazioni
        aziendali su un server internet aperto
        all'acXXXXX anonimo per caso ?! Sicuramente no e
        allora cosa cambia ? E allora cambia che il cloud computing non esiste. Al massimo
        condividerai le tue informazioni su server
        interni protetti o comunque raggiungibili tramite
        VPN
        criptata.E la cifratura fisicamente dove avviene? Se su server miei mi sta bene. Ma allora non cambia nulla e non c'è cloud, c'è solo storage remoto, che porta a vantaggi economici risibili.Se invece le risorse hardware sono integralmente esternalizzate (io ho solo input, output e connessione) allora non mi sta più bene, nessuno mi garantisce che la cifratura avvenga davvero.
        • Eretico scrive:
          Re: Comunque il cloud andrà a vacche
          - Scritto da: The Real Gordon
          - Scritto da: Eretico

          - Scritto da: The Real Gordon


          Sarà una moda come second life, ma finirà
          male.


          Ogni imprenditore tiene alla riservatezza
          delle


          informazioni aziendali, dubito che nel lungo


          periodo si affidi a server a 10000 KM di


          distanza, siano essi di google o di microsoft.

          Un


          imprenditore non si fida di nessuno, punto.



          Ma chi ha mai detto che devi per forza affidare

          le tue preziose informazioni aziendali ad una

          nuvola ?!! Nessuno !!! Alla nuvola affiderai

          informazioni meno sensibili. Ti pare ? Ne più ne

          meno come

          oggi.

          Oggi tu lasci le tue preziose informazioni

          aziendali su un server internet aperto

          all'acXXXXX anonimo per caso ?! Sicuramente no e

          allora cosa cambia ?

          E allora cambia che il cloud computing non
          esiste.Questa risposta me la devi spiegare.
          Al massimo

          condividerai le tue informazioni su server

          interni protetti o comunque raggiungibili
          tramite

          VPN

          criptata.

          E la cifratura fisicamente dove avviene? Se su
          server miei mi sta bene. Ma allora non cambia
          nulla e non c'è cloud, c'è solo storage remoto,
          che porta a vantaggi economici
          risibili.

          Se invece le risorse hardware sono integralmente
          esternalizzate (io ho solo input, output e
          connessione) allora non mi sta più bene, nessuno
          mi garantisce che la cifratura avvenga
          davvero.Non hai capito. Per condivisione delle informazioni raggiungibili via VPN intendo quelle informazioni "sensibili" che tu non vuoi uplodare nel cloud.Non è mica detto che nel cloud tu debba per forza inserire informazioni che tu ritieni sensibili. Forse non ti è chiaro questo concetto.
    • CCC scrive:
      Re: Comunque il cloud andrà a vacche
      - Scritto da: The Real Gordon
      Non esiste proprio che le aziende si "affidino"
      completamente a terzi per la gestione dei propri
      dati, specie se ormai sono TUTTI su supporto
      informatico.

      Sarà una moda come second life, ma finirà male.
      Ogni imprenditore tiene alla riservatezza delle
      informazioni aziendali, dubito che nel lungo
      periodo si affidi a server a 10000 KM di
      distanza, siano essi di google o di microsoft. Un
      imprenditore non si fida di nessuno, punto.

      Al sucXXXXX, NEL LUNGO PERIODO, del cloud
      computing, almeno per come ora viene prospettato
      (hai solo un mouse, una tastiera, un monitor, una
      connessione e tutto il resto sta su un server
      altrui), non ci credo neanche se lo
      vedo.credo che sbaglise si "affida", come si sta facendo, il totale controllo e la totale gestione di beni essemnziali alla sopravvivenza come, ad esmpio, l'acqua a terzi ... non mi riesce tanto difficile credere nel futuro (incubo) "sviluppo" del cluod computing...
  • MeX scrive:
    guardate che é lo stesso problema...
    di quando fai un disco, una foto un programma e lo trovi venduto in Russia senza che tu abbia autorizzato nulla... o sul P2PSe mettete in condivisione sulla rete i vostri dati questi verranno diffusi e duplicati, una volta che l'informazione é in rete nessuno puó contrallarla
    • angros scrive:
      Re: guardate che é lo stesso problema...
      Pienamente d'accordo! Secondo me l'unica soluzione è stare attenti a cosa si mette online, e rimanere consapevoli che non lo si potrà piu' richiamare indietro (e questo vale sia per i dati personali che per i propri lavori, non c'è differenza). Per questo trovo assurdo chi si fa la pagina personale su facebook o simili e poi protesta perchè l'hanno vista in troppi: se non volevi, perchè l'hai fatta? Nessuno ti ha costretto.
      • Francesco V. scrive:
        Re: guardate che é lo stesso problema...
        E' proprio questo il punto...Ormai al 99% della gente che frequenta social network di privacy NON GLI INTERESSA ASSOLUTAMENTE NULLA della propria privacy.Zuckerberg, benchè io non lo stimi assolutamente in quanto ideatore di Facebook (e sottolineo che non ho alcun account a differenza di chi dice che "è il male" ed intanto ha l'account ed è anche molto attivo sulla piattaforma), è dotato di un "fine senso pratico" nella raccolta dei pareri degli utenti e cosa disse qualche settimana fa?
        Ha centrato in pieno la questione: se ne fa tanto parlare ma alla fine tutto ruota attorno al fatto che praticamente tutti amano mettere in piazza i fatti propri (e mi sento un fortunato escluso da questa generalizzazione) ed a praticamente tutti piace leggere dei fatti degli altri (ed anche qui mi sento parte dell'elite NON ficcanaso).Cloud computing o no, la gente ama essere in vista, quindi non ci si facciano inutili paranoie sulla proprietà intellettuale, sarebbe ipocrita.
    • MaestroX scrive:
      Re: guardate che é lo stesso problema...
      La penso come te. Ma quando sono gli altri a sbandierare i tuoi dati?
      • MeX scrive:
        Re: guardate che é lo stesso problema...
        colpa mia che li ho condivisi
        • MaestroX scrive:
          Re: guardate che é lo stesso problema...
          Non è detto che tu li abbia condivisi.Un caso banale è questo: tu e un tuo amico vi fate fotografare, tu e il tuo amico avete le 2 sole copie della foto. Il tuo amico mette la foto su facebook. Possiamo complicare questa situazione come ci pare.
          • MeX scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            non hai capito.Nel momento in cui ti fai una foto con un amico hai "rilasciato" la tua immagine, che poi tu speravi non si diffondesse é un altro problema.
          • ullala scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            - Scritto da: MeX
            non hai capito.

            Nel momento in cui ti fai una foto con un amico
            hai "rilasciato" la tua immagine, che poi tu
            speravi non si diffondesse é un altro
            problema.Concetto opinabile caro mex!Fare una foto è diverso da "rilasciarla"...Se la giri così ti metti su un terreno molto pericoloso... Sai... si potrebbe arguire che nel momento in cui hai realizzato un OS (un "leopardino" a caso....) ... che poi tu speravi si diffondesse solo con l'acquisto e con un certo HW... speravi.... ma quello per parafrasarti "è un altro problema" ;)Occhio a estremizzare troppo certi concetti, c'è sempre un rovescio della medaglia!Sai com'è ... la rete è rete e i bit sono bit... (0 e 1) non c'è scritto sopra questo 0 è mio e questo 1 è tuo... sono tutti "zeri e tutti uni" e basta non hanno "attributi di paternità" in sè!Uomo avvisato....
          • MeX scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            infatti mi sembra che esistano gli hackintosh, che non credo fossero nelle intenzioni originali di Apple no?Io ho detto che l'immagine l'hai rilasciata, non che tu non possa difenderti in tribunale per far valere i tuoi diritti...(cosa che Apple ha fatto con Psystar per esempio)
          • ullala scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            - Scritto da: MeX
            infatti mi sembra che esistano gli hackintosh,
            che non credo fossero nelle intenzioni originali
            di Apple
            no?

            Io ho detto che l'immagine l'hai rilasciata, non
            che tu non possa difenderti in tribunale per far
            valere i tuoi
            diritti...

            (cosa che Apple ha fatto con Psystar per esempio)Quindi ci sono dei limiti e di conseguenza delle regole (lo hai appena ammesso) al fatto che fare una foto (o altro) sia "renderla pubblica"...No? ;)
          • MeX scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            ovvio!Peró se vi sta bene scaricare software e musica piratata non vedo perché vi stupiate che la foto della vostra ragazza faccia una brutta fine ;)
          • ullala scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            - Scritto da: MeX
            ovvio!
            Peró se vi sta bene scaricare software e musica
            piratata non vedo perché vi stupiate che la foto
            della vostra ragazza faccia una brutta fine
            ;)Vi a chi?Io penso che se ci sono regole valgono per tutti e penso pure che i diritti di autore sono di "autore" e non di "editore"... (sono ben diversi e molto pesso contrapposti).Che poi con la rete la intermediazione e la distribuzione diventino inevitabilmente obsoleti e qualcuno debba chiudere e passare ad altri mestieri e modelli di business non obsoleti non è colpa ne mia (che non ho mai "scaricato nulla") ne di chi scarica...I maniscalchi purtroppo a un certo punto della vita hanno dovuto prendere atto che il ferro di cavallo "tirava meno"... di una volta...Sai com'è... tocca prendere atto che le cose cambiano nel tempo....E questo a prescindere dal fatto che qualcuno potesse "copiare" il ferro di cavallo!Il problema non è chi scarica ma chi pretende di guadagnare senza produrre e limitandosi a "riprodurre"... il che purtoppo è diventata attività o servizio di quasi nullo "valore aggiunto"...Il punto è che le "foto della ragazza" sono da questo punto di vista non meno da proteggere delle ciofeche di britney spears (o come diavolo si chiama)...
          • MeX scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...
            bravo, peró adesso allora potete evitare di continuare con la chiacchierata dell'eleminare completamente il diritto d'autore
          • angros scrive:
            Re: guardate che é lo stesso problema...

            Il punto è che le "foto della ragazza" sono da
            questo punto di vista non meno da proteggere
            delle ciofeche di britney spears (o come diavolo
            si
            chiama)...Se la foto finisce su internet, non la puoi richiamare indietro. L'unica cosa che puoi fare è capire chi l'ha scattata, e se l'ha fatto senza permesso puoi denunciarlo.È da stupidi pretendere l'impossibile... e bloccare una foto che è già online è impossibile; la rete offre dei vantaggi, ma anche degli svantaggi)Del resto, anche un pettegolezzo, una leggenda metropolitana, o una calunnia possono essere diffusi facilmente, ma non si possono piu' fermare, non importa quanto qualcuno possa volerlo (e questo capitava anche prima di internet)Tutto ciò che è online dovrebbe essere di pubblico dominio (e, all'atto pratico, lo è); agli utenti la scelta se uploadare o no.
  • aclab scrive:
    x Annuziata & Marcuccia
    beh... benearrivati...meglio tardi che mai!Ac LABAnti-Cloud LAB http://aclab.indivia.net/(dal 28/05/09...)
    • potrebbe scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      e sihttp://www.youtube.com/watch?v=M54jvlRqh3c
    • Luca Annunziata scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      Punto Informatico è il più autorevole quotidiano di informazione su Internet e Tecnologia in Italia dal febbraio del 1996. E non sono contro il cloud.-----------------------------------------------------------Modificato dall' autore il 10 marzo 2010 08.49-----------------------------------------------------------
    • panda rossa scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      - Scritto da: aclab
      beh... benearrivati...
      meglio tardi che mai!

      Ac LAB
      Anti-Cloud LAB 
      http://aclab.indivia.net/
      (dal 28/05/09...)Dov'e' che si trolla in quel sito li'?
    • Alfonso Maruccia scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      Le nuvole telematiche sono uno strumento, l'ennesimo, a disposizione del netizen moderno. Detto questo, io strumenti "cloud" ne uso, ma sono pienamente consapevole dei pericolo insiti nella pratica e di certo non voglio tornare all'epoca dei mainframe quando ho a disposizione un Core 2 Duo a 3 GHz e un fottio di spazio per metterci sopra tutti i miei adorati giochini :-P
    • Eretico scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      Attualmente tu sai esattamente dove vanno e da chi vengono consultati/usati i tuoi dati in rete ? La risposta è no. Non lo puoi sapere con certezza assoluta. Quindi non vedo cosa ci possa essere di male nel Cloud. Ovviamente tutto sta a capire esattamente come funzionerà, quali saranno i suoi meccanismi e sopratutto da quali dati inserirai nella nuvola. In poche parole questa tecnologia ancora non è pienamente attiva, è agli albori, e già ci stiamo fasciando la testa. Forse direi che sarebbe meglio aspettare e vedere come si evolverà la cosa. Magari porterà dei benefici che noi ora nenache ci immaginiamo. Se ragionassimo in questo modo allora nenache Internet sarebbe nata ed evoluta fino ai giorni nostri. Sarebbe stata stroncata ancora prima di uscire dal suo mondo militare/scentifico e nessuno ne avrebbe apprezzato i pregi e i vantaggi.
    • mik.fp scrive:
      Re: x Annuziata & Marcuccia
      http://punto-informatico.it/2727604/PI/Commenti/cassandra-crossing-costruttori-sognatori.aspx
  • Alfonso Maruccia scrive:
    La natura di Internet
    Qui paghiamo lo scotto del fatto che Internet è nato come network militare, ha cominciato a camminare come network scientifico ed è infine maturato in una realtà dove a farla da padrone è la natura commerciale delle compravendite, dei servizi (hosting, appliance, streaming, la qualsiasi), e di tutti gli altri rapporti client-server attualmente esistenti.E finché a farla da padrone sarà l'aspetto commerciale, finché i genialoidi di Gugol e Feisbuc penseranno solo e soltanto a venderti cose o a vendere la tua ID digitale (perché, chiacchiere e qualche pezzetto di codicillo open source a parte, i grandi colossi di rete quello fanno), le istanze sociali e i diritti digitali in rete saranno lettera morta nelle stanze che contano.Li si può costringere, a lor signori, a mutare atteggiamento? A me pare che gli States pensino soprattutto a difendere quella aberrazione ottica che è diventata il copyright nell'era della società dell'informazione, quindi vedo solo nubi scure all'orizzonte....
    • nemo230775 scrive:
      Re: La natura di Internet
      Io credo e spero (piu' la seconda della prima) che l'unica vera soluzione a questo problema possa essere dato dai futuri utenti (i nostri figli forse.)Essendo per sua natura cosi' incontrollabile, internet, permette la piu' totale liberta' da ambo le parti, sia da parte di chi naviga, riuscendo a trovare informazioni anche la dove gli stati e le corp. non vogliano; sia da parte dei governi e delle multinazionali nel poter prelevare e gestire le informazioni personali degli utenti senza dover render conto a nessuno.Tutto questo penso potra' esser risolto solo con una maggior consapevolezza da parte degli utenti del futuro, sull'importanza delle proprie informazioni, e con un comportamento in rete piu' maturo, non come oggi dove pur di ascoltare l'mp3 aggratisse diamo via nomecognomecodicefiscalepartitaiva....Del resto noi che siam una generazione di mezzo, difficilmente riusciamo a renderci conto di cosa voglia realmente dire svendere i nostri dati personali....e' un concetto che capiamo ma lo troviamo spesso troppo astratto...
      • quota scrive:
        Re: La natura di Internet
        - Scritto da: nemo230775
        Del resto noi che siam una generazione di mezzo,
        difficilmente riusciamo a renderci conto di cosa
        voglia realmente dire svendere i nostri dati
        personali....e' un concetto che capiamo ma lo
        troviamo spesso troppo
        astratto...Non sono d'accordo con te, o meglio preciso, dovremmo capire cosa si intende per dati personali, perché:1) i nostri dati li hanno praticamente tutti (si si tutti proprio tutti)2) nel 95% dei casi non abbiamo la più pallida idea di dove sianoSecondo me l'unico vero appiglio è cambiare la legge e fare in modo che chiunque abbia a che fare con i nostri dati personali sia costretto a comunicarcelo (via mail, posta, sms)Perche ad oggi, tutte le aziende che forniscono servizi le hanno esempio luce gas assicurazioni acqua pizza fichi paperik operatori telefonici ospedali hotel bancomat banca carta di credito etc etc, per qualsiasi utente è praticamente impossibile potersi ricordare o gestire tutti queste mole di dati, ed è impossibile sapere cosa ne fanno (se li vende gougle o faccia da schiaffi lo può fare anche telecom o l'enel)Questo fa si che l'unico modo per proteggersi è che tutte le siano obbligate a comunicare la disponibilità di questi dati agli utenti finali, non dico per raccomandata ma va bene una mail o un sms cosi da poter sapere chi li usa e per quale scopo
        • m c scrive:
          Re: La natura di Internet

          Perche ad oggi, tutte le aziende che forniscono
          servizi le hanno esempio luce gas assicurazioni
          acqua pizza fichi paperik operatori telefonici
          ospedali hotel bancomat banca carta di credito
          etc etc, per qualsiasi utente è praticamente
          impossibile potersi ricordare o gestire tutti
          queste mole di dati, ed è impossibile sapere cosa
          ne fanno (se li vende gougle o faccia da schiaffi
          lo può fare anche telecom o
          l'enel)
          Ma Telecom e l'enel hanno solo i dati che servono per effettuare il servizio che ho scelto di acquistare, servizio che è il loro business principale.Invece per Facebook e simili il "lavoro" è proprio nella gestione dei dati personali, che in genere vanno ben oltre i semplici dati anagrafici. L'enel mi vende l'elettricità, ma non ha idea delle mie idee politiche, religiose, sessuali, cinematrografiche, alimentari. Sa solo quanta elettricità consumo, senza sapere per cosa la consumo. Tutte informazioni che esaminando le mie e-mail, la mia rete di contatti e simili sono a portata di mano di soggetti come Google o Facebook.
        • panda rossa scrive:
          Re: La natura di Internet
          - Scritto da: quota
          1) i nostri dati li hanno praticamente tutti (si
          si tutti proprio
          tutti)Benissimo, allora la smettano di chiedermeli.
          2) nel 95% dei casi non abbiamo la più pallida
          idea di dove
          sianoIl punto non e' dove siano, ma che uso ne viene fatto.Possono stare ovunque, tanto ormai ci sono e rimuoverli e' impossibile.Bisogna stringere il nodo attorno all'utilizzo non consentito di questi dati.
          Questo fa si che l'unico modo per proteggersi è
          che tutte le siano obbligate a comunicare la
          disponibilità di questi dati agli utenti finali,
          non dico per raccomandata ma va bene una mail o
          un sms cosi da poter sapere chi li usa e per
          quale
          scopoSe ti arriva una mail o un sms della societa' Sconosciuti srl che ti dice che possiede i tuoi dati, a quel punto che cosa fai?a) neanche riesci a leggere la mailb) te la filtra l'antispamc) gli rispondi dicendo di cancellarli immediatamente
    • The Real Gordon scrive:
      Re: La natura di Internet
      - Scritto da: Alfonso Maruccia
      Qui paghiamo lo scotto del fatto che Internet è
      nato come network militare, ha cominciato a
      camminare come network scientifico ed è infine
      maturato in una realtà dove a farla da padrone è
      la natura commerciale delle compravendite, dei
      servizi (hosting, appliance, streaming, la
      qualsiasi), e di tutti gli altri rapporti
      client-server attualmente
      esistenti.

      E finché a farla da padrone sarà l'aspetto
      commerciale, finché i genialoidi di Gugol e
      Feisbuc penseranno solo e soltanto a venderti
      cose o a vendere la tua ID digitale (perché,
      chiacchiere e qualche pezzetto di codicillo open
      source a parte, i grandi colossi di rete quello
      fanno), le istanze sociali e i diritti digitali
      in rete saranno lettera morta nelle stanze che
      contano.

      Li si può costringere, a lor signori, a mutare
      atteggiamento? A me pare che gli States pensino
      soprattutto a difendere quella aberrazione ottica
      che è diventata il copyright nell'era della
      società dell'informazione, quindi vedo solo nubi
      scure
      all'orizzonte....Internet esiste SOLO perchè può essere profittevole. Non vi è ragione per la quale le società di telecomunicazione dovrebbero offrire gratuitamente l'acXXXXX a internet, non vi è ragione per la quale Google debba creare un motore di ricerca senza renderlo profittevole con la pubblicità.Discorso diverso, ovviamente, è la necessità di una riforma del copyright, che allo stato attuale è più un sistema di welfare per un'industria defunta - come quella discografica - che non un libero mercato (si veda l'equo compenso in primis).SCORDATEVI che qualcosa possa funzionare senza la mano invisibile del mercato dietro. L'epoca dei figli dei fiori è finita, il comunismo è morto.
    • ullala scrive:
      Re: La natura di Internet
      - Scritto da: Alfonso Maruccia
      A me pare che gli States pensino
      soprattutto a difendere quella aberrazione ottica
      che è diventata il copyright nell'era della
      società dell'informazioneOttica?è un pensiero ottimista!Purtroppo gli effetti non sono "ottici"...
      • Alfonso Maruccia scrive:
        Re: La natura di Internet
        Per la stragrande maggioranza delle persone, si.E francamente non so sia più opportuno dire "purtroppo" o "per fortuna"....
Chiudi i commenti