Open Data, la strada delle buone intenzioni

Nonostante i proclami delle autorità, sono ancora pochi i paesi ad aver adottato misure concrete: a fotografare un mondo ancora poco trasparente e poco propenso ad incoraggiare il riuso dei dati pubblici è l'Open Data Barometer

Roma – Contro la corruzione, per incrementare la trasparenza nella gestione delle amministrazioni pubbliche e migliorarne i servizi, gli Open Data potrebbero svolgere un ruolo determinante. E nonostante ciò sia riconosciuto da molti governi, ancora pochi hanno fatto qualcosa per renderli una realtà.

La seconda edizione dell’ Open Data Barometer voluta dalla World Wide Web Foundation ha esattamente fotografato una situazione conflittuale. Da un lato sono riconosciuti i meriti degli Open Data, tanto che si parla apertamente di possibilità di una “data revolution” e di un nuovo ruolo da parte dei cittadini in possesso di tali informazioni. L’ Open Data Barometer , inoltre, dimostra che le iniziative supportate e finanziate dai governi a sostegno degli Open Data hanno un ritorno evidente, che va oltre alle logiche conseguenze in termini di trasparenza e democrazia.

D’altro canto, nel concreto, nonostante poche settimane fa l’ Open Data Index abbia descritto una situazione in miglioramento, degli 86 paesi presi in esame sono ancora una minima parte quelli che hanno reso disponibili in formati aperti e con licenze open i dati relativi alle spese dei governi, ai contratti pubblici e alla proprietà delle aziende. Anche a livello di G7, sono solo circa la metà i paesi che hanno provveduto a pubblicare i database fondamentali delle informazioni in loro possesso, promessi già nel 2013. Da questo punto di vista quelle che fanno meglio sono il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Svezia, la Francia e la Nuova Zelanda (mentre l’Italia si piazza al 24esimo posto).

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Nel dettaglio, infatti, solo l’8 per cento degli 86 paesi di tutto il mondo presi in considerazione pubblica i dati in formato aperto ed in maniera trasparente relativi alle spese del governo, appena il 6 per cento quelli legati ai contratti sottoscritti e si ferma addirittura al 3 per cento la percentuale dei paesi che mettono a disposizione dati relativi alla proprietà delle aziende private. Per quanto riguarda poi i servizi più direttamente inerenti i cittadini, solo il 7 per cento dei paesi rilascia dati aperti sulle performance della sanità ed appena il 12 quelli relativi all’istruzione.

Tali figure diventano ancora più striminzite se si guarda alle amministrazioni locali, livello peraltro a cui tali informazioni sarebbero sfruttate in maniera più utile a favore della società civile.

Claudio Tamburrino

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