Open Whisper non ha dati per l'FBI

Un tribunale ordina all'azienda di consegnare tutto quanto ha su due numeri di telefono. Peccato che il sistema sia disegnato per non ricordare nulla

Milano – Come svelano gli accadimenti di queste ore , la fame delle forze dell’ordine statunitensi per i dati degli utenti non accenna a placarsi. Ci sono delle scelte che tuttavia possono cambiare le carte in tavola: lo dimostra la vicenda di Open Whisper che, si scopre in queste ore, ha ricevuto un’ordine di un giudice per consegnare all’FBI tutti i dati in suo possesso a proposito di due utenti del suo servizio di messaggistica. Peccato che, per come è stato progettato, il servizio non archivia dati di sorta sulle chat degli utenti .

Non è importante quale sia stata la data precisa nella quale Open Whisper ha ricevuto due ordinanze da parte di un tribunale, richieste dagli investigatori per venire a capo di un’indagine in corso di svolgimento in Virginia. Due ordini perché doppie le condizioni per fornire le informazioni: un ordine relativo a due numeri di telefono, e un’ingiunzione che proibiva qualsiasi comunicazione pubblica a proposito di queste richieste (un cosiddetto “gag order”). In altre parole, Open Whisper era vincolata al segreto necessario a condurre un’indagine senza che gli indagati possano venirne a conoscenza ed inquinare quindi le prove.

Dunque Open Whisper era obbligata, per rispettare la legge in vigore, a fornire i dati richiesti dagli investigatori: e l’azienda ha deciso di obbedire, consegnando tutto quanto in proprio possesso sulle due utenze telefoniche in questione. Una non era neppure iscritta al suo servizio, Signal, dell’altra c’è voluto poco a recuperare tutti i dati: la data di iscrizione al servizio e l’ultimo collegamento avvenuto al network . Tutto qua, visto che chi chatta via Signal è consapevole che niente dei propri dati resterà sui server di Open Whisper: la chat viene cifrata sul terminale di partenza e decodificata sul terminale d’arrivo, le conversazioni restano sempre criptate e non vengono immagazzinate sui server.

Alla fine dunque gli investigatori hanno ricevuto una stringata comunicazione con due righe di dati da parte di Open Whisper , che ha anche fatto ricorso contro l’obbligo di segretezza assoluta: e ha vinto, parzialmente, questa battaglia visto che è stata in grado di rivelare di aver ricevuto questo ordine, e ha messo anche in piedi un servizio per rendere noto al pubblico quando riceverà altre ordinanze di questo tipo.

Valutare la vicenda è piuttosto complicato: da un lato c’è la necessità per le forze dell’ordine di svolgere le proprie indagini con la dovuta riservatezza, e al contempo può essere utile ottenere dati da usare come prova in tribunale per dimostrare che un imputato ha commesso un reato. Dall’altra c’è il diritto da parte dei cittadini alla privacy , quindi a vedere rispettato il proprio diritto alla riservatezza, e poi le garanzie relative a essere informati se e quando le forze dell’ordine indagano sul loro conto.

Nel mezzo c’è Open Whisper e chiunque altro fornisca servizi simili via Internet: la tecnologia ha reso più semplice tracciare e archiviare le conversazioni, arricchendo la vita degli utenti ma esponendoli anche a nuove minacce in stile grande fratello. La scelta di Open Whisper è garantista nei confronti degli utenti, e la sua tecnologia è stata implementata tra l’altro anche da Whatsapp nella sua messaggistica (Telegram e altri servizi usano soluzioni analoghe). ALCU, che ha difeso gli interessi di Open Whisper per quanto riguarda il gag order , pone l’accento sull’eccesso di segretezza preteso dagli organi federali sulla questione: la visione più pragmatica è che, probabilmente, questa è un’ottima occasione per far prendere coscienza agli utilizzatori delle chat quali e quanti dati ciascun servizio registra effettivamente sul loro conto .

Luca Annunziata

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