P2P, ci casca anche Zapatero?

di Alessandro Bottoni - La Dottrina Sarkozy potrebbe travasarsi anche in Spagna. La rete rimane oscura anche ai politici iberici. Ecco una fiammella per illuminare la notte

Roma – Uno degli attivisti italiani che segue anche le attività dei gruppi spagnoli mi ha inviato questo messaggio: “Molti attivisti spagnoli si stanno muovendo per denunciare la possibile imminente “virata” per il governo Zapatero verso un modello, riguardo la pirateria via p2p, come quello proposto da Sarkozy” . Potete approfondire qui e qui .
D’istinto, viene da dire: “Ancora?! Ma non l’hanno ancora capita?!”
No, a quanto pare i nostri politici (e quelli spagnoli, e quelli francesi, e quelli americani, e quelli tedeschi, etc.) non riescono proprio a capirla. Ci tocca rispiegargliela ancora una volta.

Nessuno di noi ha niente contro la Proprietà Intellettuale
L’ala più estremista del movimento copyleft (o “no copyright” o come cavolo lo volete chiamare) mette in discussione il diritto di proprietà intellettuale come tale .
Gli esponenti di questa “corrente” sostengono che l’autore (scrittore, musicista o altro) non abbia il diritto di decidere che cosa può essere fatto della sua opera dopo che essa è stata resa pubblica. Se l’autore non vuole che la sua opera venga copiata e redistribuita, deve astenersi dal renderla pubblica. Lamentarsi per l’uso che il pubblico fa di un’opera che è stata resa pubblica, secondo queste persone, è inutile ed infantile. Se l’autore non ha questo diritto, meno che mai lo hanno i suoi editori, distributori e via dicendo. In buona sostanza, l’intero business dell’editoria (letteraria, musicale e cinematografica) è illegale ed immorale, secondo queste persone.

Come potete capire, si tratta di una posizione estrema che non tutti condividono. Io, ad esempio, non la condivido. Non si tratta di un dissenso da poco, visto che sono il segretario di una associazione che si chiama “Partito Pirata”.
L’ala “moderata” di questo “movimento” (che io tento in qualche modo di rappresentare), ritiene che il concetto di “Diritto Proprietà Intellettuale” sia legittimo almeno quanto quello di “Diritto di Proprietà” in senso lato (almeno all’interno di una economia di mercato).
Alla base del “Lavoro intellettuale” (e quindi della creazione artistica e scientifica) c’è l’idea stessa di “Diritto di Proprietà Intellettuale”. Senza di esso, l’attività di scrittori, scienziati e altre categorie “pregiate” della nostra società non sarebbe più possibile (o, quanto meno, ne risulterebbe pesantemente danneggiata).

Di conseguenza, Sarkozy, Zapatero, Enzo Mazza e altri esponenti della politica e dell’industria sfondano una porta aperta quando ci dicono di voler difendere la Proprietà Intellettuale. Siamo con loro.

La Proprietà Intellettuale è indifendibile
Il problema è che la Proprietà Intellettuale di alcuni tipi di opere è semplicemente indifendibile. Lo è con i mezzi tecnici e legali di cui disponiamo ora e lo resterà anche con quelli che vengono ipotizzati nei progetti di legge e nei lavori di ricerca tecnico/scientifica che questi paladini della Proprietà Intellettuale stanno portando avanti in tutti i paesi. Nemmeno uno stato totalitario, basato sulla sorveglianza capillare, sui processi sommari e sul terrore, come la Germania nazista o La Russia stalinista potrebbe garantire il rispetto dei diritti di Proprietà Intellettuale in questa epoca storica. Nessun mezzo tecnico lo potrebbe fare, nemmeno il famigerato DRM Helmet .

Il problema è che nel momento stesso in cui un’opera dell’ingegno viene “dematerializzata”, diventa anche “non tracciabile” (il suo acquirente originario non può più essere identificato) e, di conseguenza, non è più difendibile.

Nel momento in cui un libro (PDF), un brano musicale (PM3), un film (MPEG4, DivX o altri), uno spartito (FLX, MUS. etc.) o altri “prodotti dell’intelletto” vengono convertiti in formato digitale, diventano solo dei file. Rendere tracciabile un file è estremamente difficile, anche usando i watermark . Di conseguenza, è difficilissimo stabilire chi si è reso colpevole della sua diffusione. Da qui, tutta la difficoltà della lotta alla pirateria.

Bruciare il mare
Di fronte alla impossibilità di identificare e perseguire chi si è reso colpevole della violazione del copyright, alcuni politici e alcuni industriali se la prendono con il mezzo usato per diffondere queste opere, cioè con Internet. Nulla di sorprendente: lo aveva già previsto Lucio Dalla vent’anni fa. Ne ho parlato in questo vecchio articolo: ” Com’è profondo il mare “.

Purtroppo (per questi politici), Internet non è necessaria per portare a termine questo “orrendo crimine”. Si possono scambiare (“to share”) file anche senza usare Internet. Anzi: è decisamente più sicuro e più pratico scambiare file in questo modo.
Un primo esempio di scambio file anonimo, sicuro, non tracciabile e sostanzialmente invisibile viene dai…. servizi segreti (si, proprio dalla CIA, MI6, FSK, etc). Ne ha parlato sul suo blog un paio d’anni fa Bruce Schneier: ” Wireless Dead Drop “.

Il trucco è semplice: si usa un laptop (anche nascosto e non presidiato) come “cassetta delle lettere”. Chi passa può depositare nel laptop i suoi file (MP3 o altro) e può prelevare quelli presenti. Per le attività di download/upload si può usare di tutto, da FTP a Galet . Per la connessione si può usare Wi-Fi (802.11) o Bluetooth. In entrambi i casi, l’indirizzo ( IP address ma, in alcuni casi, anche il MAC address ) del PC viene deciso dal suo proprietario. La connessione è di tipo punto-punto, senza routing e senza router. Non c’è quindi modo di risalire all’identità di chi si scambia file (cosa sempre possibile su Internet).

Un secondo esempio, più “ingegnerizzato”, viene da Netsukuku , una rete mesh (P2P) Wi-Fi che non ha nessun bisogno di Internet. Netsukuku è solo un esempio di una vasta classe di reti che sta lentamente prendendo piede tra i giovani più tecnologici.

Fantascienza? Provate ad entrare nella sala studio di una qualunque facoltà scientifica italiana e date un’occhiata alle reti wi-fi che il vostro laptop riesce a rilevare. Sono tutti “hot spot” dell’università? Cosa credete che si stiano scambiando su quelle connessioni “ad hoc” e sui quei canali cifrati?
Bruciare il tempio per cuocere il porco
Così, la tecnica di “bruciare il mare per fermare i pesci” finisce per assomigliare sempre di più a quella di “bruciare il tempio per cuocere il porco”. Per ottenere un lieve e temporaneo vantaggio tecnico (e legale) nella lotta contro i “pirati” si è disposti a buttare a mare il sacrosanto diritto alla privacy dei cittadini.

In questo momento, strumenti tecnici come Netsukuku, ANTs P2P o MUTE sono utilizzabili solo da tecnici di medio/alto livello ma… quanto credete che ci voglia per renderli usabili da tutti? Se la pressione legale e repressiva dovesse aumentare ancora, i sistemi wireless potrebbero diventare il mezzo principale per violare i diritti di copia. Queste transizioni tecnologiche, apparentemente complesse, richiedono poca fatica e poco tempo. Lo ha dimostrato la diffusione di Napster e di eMule.

Viceversa, una volta compromesso il diritto alla riservatezza dei cittadini, la frittata è fatta. Lo si è visto bene quando il Paladino della Morale di turno ha deciso di pubblicare su Internet la denuncia dei redditi 2005 di tutti gli italiani . Cinquantotto milioni di italiani messi alla berlina per soddisfare il desiderio di vendetta di una minoranza di frustrati momentaneamente al potere.

Alternative
Ma allora, quali sono le alternative alla sorveglianza ed alla repressione?
Beh, una su tutte: vendere i materiali che la gente chiede su canali paralleli a quelli illegali (su Internet) ed in modo concorrenziale ad essi.

Se non posso acquistare in nessun modo il vecchio album degli Animal Nightlife che mi interessa, non ho altra alternativa che “rubarlo”usando le reti P2P. Datemi un sito da cui comprare i file MP3 che mi interessano ed io li comprerò. In quel momento avrete il diritto di darmi del ladro se agisco in modo diverso. Fino a quel momento, non sono io che rubo. Piuttosto, sono i detentori dei diritti che si stanno rendendo colpevoli del reato di censura (o di “sequestro di opera”).

Alessandro Bottoni

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