Sembra assurdo che il Papa debba ricordare ai sacerdoti di non delegare le prediche all’intelligenza artificiale… ma evidentemente, il problema esiste.
Il Papa è contrario all’AI nelle prediche
Durante un incontro riservato con il clero della Diocesi di Roma, Papa Leone XIV ha chiesto ai preti di resistere alla tentazione di preparare le omelie con ChatGPT. Un richiamo che la dice lunga sul grado di penetrazione dell’AI nella vita quotidiana, se persino gli uomini di chiesa ci cascano, il resto del mondo è spacciato.
Come tutti i muscoli del corpo, se non li usiamo, se non li muoviamo, si atrofizzano,
ha detto il Papa, secondo Vatican News. Il cervello ha bisogno di essere usato, quindi anche la nostra intelligenza deve essere esercitata un po’ per non perdere questa capacità.
Poi ha tracciato una linea netta, di quelle che non lasciano margine di interpretazione: Fare un’omelia è condividere la fede
ha dichiarato. E l’intelligenza artificiale non sarà mai in grado di condividere la fede.
Punto.
TikTok non è una comunità spirituale
Il Papa non si è fermato a ChatGPT. Ha messo in guardia i sacerdoti anche dal confondere i social media con la vita reale, avvertendo che un’illusione comune su Internet, su TikTok è scambiare follower e like per una connessione spirituale autentica. Un messaggio che vale per i preti quanto per chiunque altro si sia mai sentito validato da un cuoricino sotto un post.
Chi vive una vita autenticamente radicata nel Signore
offre qualcosa di speciale al mondo, ha aggiunto il pontefice, qualcosa che nessun algoritmo può replicare.
Due pesi e due misure?
Lo stesso giorno in cui il Papa intimava ai preti di tenere l’AI lontana dalle omelie, il Vaticano annunciava il proprio sistema di traduzione basato sull’intelligenza artificiale, un programma che tradurrà testi liturgici in tempo reale in oltre 60 lingue.
Una contraddizione? Non esattamente. Usare l’AI per tradurre è un atto meccanico, farlo per predicare è un atto di resa. La differenza sta nel fatto che la traduzione è un mezzo, l’omelia è un fine. O almeno così si può leggere la cosa, se si vuole essere caritatevoli con la comunicazione vaticana.