Password, ortograffia e un'limite

La lunghezza non è tutto. Per le chiavi di accesso meglio optare per qualche errore nella scrittura. La grammatica non rende sicuro il proprio account, dicono i ricercatori della Carnegie Mellon
La lunghezza non è tutto. Per le chiavi di accesso meglio optare per qualche errore nella scrittura. La grammatica non rende sicuro il proprio account, dicono i ricercatori della Carnegie Mellon

Alla lista delle password da evitare, composta da date di nascita, nomi di animali domestici e sequenze numeriche, si aggiunge un altro elemento: la grammatica corretta. A sostenerlo è un gruppo di ricerca del Carnegie Mellon University di Pittsburgh, che ha analizzato il trend crescente dell’utilizzo di password lunghe.

Secondo il team di ricercatori coordinato da Ashwini Rao, le password che contengono scorettezze grammaticali sarebbero più sicure rispetto a frasi digitate correttamente. Per esempio, una sequenza del tipo “IHateMyJob!” risulta essere più debole rispetto a “HateMyIJob!”, sebbene molti algoritmi riconoscano le due stringhe come identiche.

Tuttavia, secondo Rao, una password del secondo tipo si rivela più sicura semplicemente perché non segue il canone grammaticale tradizionale. Le chiavi di accesso che contenevano regole grammaticali standard, infatti, sono state completamente decrittate dall’algoritmo messo a punto dai ricercatori.

La scoperta, se sarà confermata, mette in crisi l’abitudine crescente di creare password molto lunghe che, in molti casi, sono vere e proprie frasi di senso compiuto. Sarà più sicuro, dunque, formulare una stringa più breve costituita, ad esempio, da un’alternanza di lettere maiuscole, minuscole e da numeri piuttosto che utilizzare sequenze da 20 caratteri. C.S.

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