Pochi diritti per i consulenti sviluppatori

La Corte Suprema chiude definitivamente una caso che si protraeva dal 1996: il diritto sulle applicazioni sviluppate da un consulente è sempre dell'impresa committente
La Corte Suprema chiude definitivamente una caso che si protraeva dal 1996: il diritto sulle applicazioni sviluppate da un consulente è sempre dell'impresa committente


Washington (USA) – La Corte Suprema statunitense ha respinto l’appello riguardante una sentenza che sancisce il diritto di un’azienda di modificare un applicativo realizzato da un consulente esterno, senza il suo consenso. Una presa di posizione decisamente dirompente, che potrebbe rimettere in discussione i contratti standard per l’outsourcing specialistico del settore informatico.

Il caso è scoppiato nel 1996, quando William Krause, consulente programmatore, si è licenziato dalla società di assicurazioni Titleserv , per la quale aveva lavorato per 10 anni. In tutto questo periodo aveva curato personalmente lo sviluppo di almeno 35 applicazioni; otto di queste vennero messe al centro di una querelle legale, che “solo adesso” ha visto il capitolo finale.

Titleserv, ai tempi, commise la leggerezza di non discutere con Krause la questione dei diritti di proprietà, e quando quest’ultimo abbandonò il posto di lavoro si portò via le copie dei codici sorgente di due applicazioni, lasciando le copie di altre sei piuttosto importanti. Tutte le applicazioni lavoravano correttamente sui server Titleserv ma i loro codici erano totalmente inaccessibili. Krause, interrogato sul problema, dichiarò che l’azienda avrebbe potuto continuare a lavorare con le applicazioni ma che non disponeva del diritto di modificarne i codici sorgente.

Nell’estate del 1996 Titleserv denunciò William Krause per appropriazione indebita. Nel frattempo il team interno di sviluppo della Titleserv riuscì ad accedere ai codici, effettuando qualche modifica solo per guadagnare tempo sulla realizzazione di un nuovo sistema. A quel punto Krause decise di denunciare l’azienda per la violazione dei diritti di proprietà intellettuale.

La Corte Distrettuale si espresse a favore della Titleserv, giustificando nella sentenza il pieno diritto dell’azienda di usare e modificare i codici in base alla legge sul copyright ( US Copyright Act ). Una normativa che consegna il pieno diritto sul software a chi ne possieda la copia fisica e non la utilizzi in altri modi che per quelli “prefissati”.

Krause lo scorso marzo ha fatto appello ed ha perso di nuovo. Secondo la Corte possedere “il solo nome di una applicazione su una copia non è sufficiente per far riferimento allo US Copyright Act”. Allo stesso tempo nella sentenza si legge: “(…) se una delle parti riesce a dimostrare di vantare dei diritti anche su una copia, deve essere considerato il possessore. La presenza o meno di un nome ufficiale per l’applicazione può essere considerato un fattore determinante, ma comunque è più forte la capacità di poter dimostrare di vantarne il pieno di diritto di proprietà”.

Un diritto che, secondo la Corte, appartiene a Titleserv che ha investito finanziariamente sulle applicazioni per personalizzarle in base alle sue esigenze. Krause ha tentato di rilanciare con la Corte Suprema, ma questa ha rifiutato di portare avanti il caso.

Dario d’Elia

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10 11 2005
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