Punto Informatico via Creative Commons

Il quotidiano informatico adotta la Creative Commons Public License per i contenuti che distribuisce sul proprio sito. Nei prossimi mesi la localizzazione italiana della CCPL. Un commento


Roma – Mancano solo pochi mesi al varo formale della licenza Creative Commons per l’Italia e questo grazie all’impareggiabile lavoro dei tanti che si sono prestati fin qui a trovare una via alla “localizzazione” di licenze di distribuzione delle opere che contribuiscono in modo sostanziale al concetto di copyleft , evoluta alternativa al copyright tradizionale . Nell’attesa, chi scrive su Punto Informatico ha scelto di offrire un piccolo contributo adottando la Creative Commons Public License (CCPL) generica per tutti i contenuti pubblicati dal sito.

Le licenze Creative Commons (vedi qui il sito italiano) hanno l’obiettivo di rendere disponibili a tutti al massimo grado le opere dell’ingegno: è l’autore a determinare quale grado di “libertà” attribuire alle proprie creazioni. Come nel copyright tradizionale, il copyleft di Creative Commons tutela l’autore , consentendo, per esempio, la libera ridistribuzione della sua opera ma soltanto se la paternità della stessa viene correttamente a lui attribuita ad ogni riproduzione.

Punto Informatico ha scelto le licenze CCPL denominate “Attribution-NonCommercial-NoDerivs” . Si tratta di una formula di licenza che permette a chiunque lo desideri di riproporre le news e gli altri contenuti pubblicati dal sito, riproduzioni che dovranno avere tre caratteristiche: il testo originale non potrà essere modificato, la fonte dovrà sempre essere associata al testo e la riproduzione non potrà avvenire, salvo esplicita autorizzazione, qualora l’uso dei contenuti abbia finalità commerciali.

Molti sono gli aspetti giuridici irrisolti per le presenza di una CCPL sul sito di una testata giornalistica gestita da una società editrice italiana, aspetti che dovranno essere chiariti e che già sono stati in parte discussi sulle liste di settore, a partire da CC-it . Ad ogni buon conto coloro che realizzano i contenuti di Punto Informatico utilizzeranno, da oggi in poi, la formula “alcuni diritti riservati” , quel “some rights reserved” che si sta rapidamente diffondendo in Internet e che ora si trova anche su tutte le pagine del sito del quotidiano informatico.

Le licenze Creative Commons ( qui una bozza di quella che potrà presto divenire la piattaforma giuridica italiana) si deve al lavoro di tanti (vedi anche Creative Commons, gli scopi del progetto su CopyDOWN) e, tra loro, di Lawrence Lessig , considerato il più autorevole studioso di copyright (per conoscere più da vicino il pensiero di Lessig un punto obbligato di partenza è il suo blog ).

Di seguito l’editoriale del direttore di Punto Informatico.


Roma – Da qualche parte la rivoluzione del copyleft deve cominciare e, negli anni, pensatori del calibro di Lawrence Lessig hanno gettato le fondamenta di una nuova cultura del copyright. Nasce dall’impulso innovativo di una rete che già oggi permea un numero consistente di attività umane e che domani sarà semplicemente l’ambiente dinamico in cui si muoveranno gli uomini, almeno quelli dei paesi ricchi, e il centro del mercato dell’informazione.

Nel suo piccolo, Punto Informatico ha conosciuto una crescita costante – e non parlo tanto dei lettori (761mila a giugno) quanto dei contenuti – e ha saputo percorrere a modo suo una strada di alto profilo, cercando di raccontare le cose della rete e della tecnologia dopo averle fatte proprie. Attraverso i forum ha acceso la possibilità per i fruitori di questa informazione di diventare loro stessi contributori del giornale. Ed è giusto ricordare che quando PI aprì i forum non v’era altro sito di informazione italiano ad aver fatto altrettanto.

Da oggi PI intraprende, pur con qualche incertezza giuridica, la via di Creative Commons . L’adozione di un nuovo modello di libera distribuzione della conoscenza non solo affrancherà la redazione dalle numerose email di chi chiede di ripubblicare i contenuti di PI:-) ma soprattutto costituirà un piccolo, piccolissimo contributo alla creazione di un’alternativa progredita all’attuale copyright che, come ho già scritto tante volte in tanti anni su queste pagine, con l’avvento della rete non si è spostato di una virgola e per questo ha mutato la sua natura: incapace di adattarsi alla rete stessa oggi ne tramortisce quelle promesse di libertà e di condivisione che Internet ha annunciato fin dal suo primo apparire.

Quindi, per togliere i dubbi a chi volesse averne, l’adozione di Creative Commons è anche per noi l’affermazione di una “nuova legalità” e non certo “solo” una dichiarazione di principio.

Paolo De Andreis

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