Quei dati sfuggono alla censura. Ma non al commercio

Tra coloro che forniscono tool di aggiramento dei filtri di Stato vi è anche chi raccoglie e vende dati relativi ai propri utenti. A qualcuno la cosa proprio non va giù

Roma – Mettono a disposizione dei cittadini della rete risorse per valicare muraglie digitali imposte dai governi, per infiltrarsi negli spiragli che consentono di aggirare censure, di informarsi e informare. Nel contempo raccolgono dati, tracciati di navigazioni, informazioni sui netizen. Per cederle in cambio di denaro.

Ad informare la rete delle insidie tese da certi strumenti per aggirare la cortina censoria è Hal Roberts, ricercatore del Berkman Center di Harvard: DynaWeb FreeGate , GPass e FirePhoenix , servizi offerti dal Global Internet Freedom Consortium ( GIFC ) e segnalati da note guide anticensura , racimolano informazioni sugli utenti, le pubblicano in forma aggregata e offrono, a pagamento, la possibilità di frugare fra dati relativi a singoli utenti .

I servizi offerti da GIFC offrono traffico cifrato, anonimato, ponti per accedere alle porzioni della rete il cui accesso viene impedito da filtri di stato. Sono numerosi i netizen che vi fanno affidamento per scavalcare le barriere digitali entro cui sono confinati da governi che non tollerano che i cittadini possano informarsi attraverso media sconvenienti. Uno spaccato delle attività condotte dagli utenti è senza dubbio interessante per rendersi conto dell’atteggiamento che i netizen assumono nei confronti di ciò che lo stato in cui vivono ritiene proibito: Live Search e Google dominano la classifica dei siti più frequentati. I netizen intendono probabilmente sfuggire alle imposizioni dei censori della rete e avvalersi di motori di ricerca dai risultati non filtrati . Dai dati estrapolati dall’uso dei tre tool emerge altresì che i cittadini della rete che ne fanno uso siano per la maggior parte cinesi, e che siano affamati di informazione non inquinata dalla propaganda di stato: secretchina.com e epochtimes.com , autoproclamatisi siti che si discostano dai media ufficiali, sono fra le destinazioni più frequentate. Ma ad impugnare proxy e anonimizzazione sono anche numerosi rappresentanti della rete iraninana , alla ricerca di networking e di intrattenimento.

Per coloro che volessero scandagliare più a fondo le abitudini degli utenti, esiste la possibilità di ottenere dati più particolareggiati . I dati estratti dai log generati dai server di GIFC e gestiti dal Consortium in collaborazione con lo sviluppatore del servizio di statistiche World’s Gate, vengono infatti messi a disposizione di coloro che ne facciano richiesta: “Possiamo creare report personalizzati – si spiega – che scendano a diversi livelli di dettaglio sulla base delle vostre intenzioni”. È possibile anche ottenere dati che consentono di identificare un individuo : GIFC li ritiene “dati confidenziali”, ma verranno consegnati a coloro che si sottopongano e superino un “severo test di verifica”.

Roberts, il ricercatore che ha portato alla luce la pratica, ricorda che i dati che GIFC vende vengono estratti da un database, nel quale sarebbero archiviati. Database che potrebbero essere esposti alle violazioni da parte di colui, stato o mercato che sia, che ambisce a racimolare e a mettere a frutto le informazioni sulla vita online dei netizen. Il ricercatore, a cui si accodano esponenti dell’intellighenzia della rete come Doc Searls, sottolinea inoltre con indignazione che questo genere di attività non si differenzia da quella condotta in maniera più o meno lecita da servizi di behavioral advertising come Phorm e NebuAd , che si inseriscono fra ISP e utente per ruminare dati e risputare bersagli mirati a favore della pubblicità .

Questo tipo di dati, che possono rivelare al mercato le abitudini di un netizen e che possono rappresentare per un governo autoritario le prove di una violazione delle leggi, avverte Roberts, non solo non dovrebbero essere merce di scambio: non dovrebbero proprio essere conservati . I netizen non possono fare altro che fidarsi: i ponti che consentono loro di accedere ad una rete non filtrata dispongono degli stessi poteri di cui dispongono i provider. Ma la fiducia che i netizen ripongono negli strumenti offerti da GIFC potrebbe non essere tradita: nonostante l’organizzazione non abbia ancora fornito una risposta ufficiale alle osservazioni del ricercatore, è possibile che i dati relativi ai netizen raccolti attraverso i tool anticensura vengano messi a disposizione a soli fini di ricerca. Gli attivisti di GIFC non hanno esitato a denunciare alla stampa e alle autorità colossi con la tecnologia come Cisco, accusato di collaborare con il governo cinese per erigere la grande muraglia digitale.

Gaia Bottà

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  • AlbertoPd scrive:
    Usare Calendar beta per lavoro?
    Calendar di google è una Beta, non offre nessuna garanzia sulla consistenza dei dati, tantomeno offre garanzie di privacy.Semplicemente non è adatto ad un uso professionale, e professionale non è chi lo usa come sistema di gestione impegni aziendali.Poi non mi meraviglio se ogni tanto leggo di qualche XXXXXXXXX che usa gmail per uso professionale, e poi vorrebbe anche fare causa a google perchè ha perso l'account e quindi tutte le mail importanti che ci aveva messo dentro.dai facciamo i seri su!
    • Luca Saccomani scrive:
      Re: Usare Calendar beta per lavoro?
      E chi l'ha detto che deve essere per forza a scopo professionale? Io ho un sacco di impegni non professionali e per me va benissimo.Se poi vuoi proprio fare una critica in merito al serivizio Calendar, vai a farla al servizio clienti di Google, non a questa applicazione, e vedrai che saranno felici di accoglierla. Non commento il tuo "facciamo i seri", perchè si scadrebbe in polemiche poco costruttive.
      • AlbertoPd scrive:
        Re: Usare Calendar beta per lavoro?
        ehm... quando ho letto l'articolo evidentemente non mi ero ancora svegliato completamente: leggendo"coloro che amano avere la possibilità di osservare i propri impegni quotidiani da qualsiasi postazione, che sia a casa o che sia a lavoro"ho interpretato (male) che intendessi parlare di "impegni di lavoro" sul servizio calendar tramite l'applicazione.Chiedo scusa e ritiro il commento :P cerchero' di stare piu' attento in futuro.Resta la raccomandazione di non usare i servizi di google (gmail, calendar, ecc) per lavoro, tante volte ho visto nei forum di P.I. gente lamentarsi che gli sono stati cancellati gli account con le conseguenze del caso.
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