Quelli che... Immuni sia obbligatoria

La tentazione di rendere Immuni obbligatoria ne snaturerebbe completamente i principi fondanti: è questa una proposta da respingere con forza.
La tentazione di rendere Immuni obbligatoria ne snaturerebbe completamente i principi fondanti: è questa una proposta da respingere con forza.
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Si sente ripetutamente lo stesso mantra ormai dall’estate, da quando Immuni è stata presentata: da una parte c’è chi non la vorrebbe, spaventato dalle possibili ripercussioni su una privacy violentata ogni singolo giorno, ma difesa a spada tratta solo ed esclusivamente in questa circostanza; dall’altra (e non raramente le due parti paradossalmente si sovrappongono) si sostiene che Immuni dovrebbe essere obbligatoria, una sorta di passaporto di immunità di portata nazionale utile ad entrare al campo di calcetto, in ufficio, nei locali pubblici ed in qualsiasi altra situazione si debba essere a contatto con altrui persone.

Quelli che… Immuni obbligatoria

Un esempio su tutti, soltanto l’ultimo in ordine cronologico, sta nelle parole di Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico-Sportiva e consigliere indipendente della Lega di Serie A:

Fare un controllo a 48 ore della partita non ti assicura che sia superato il tempo della possibile incubazione. Così il rischio è che il test del venerdì non ti possa garantire che alla domenica il soggetto non possa infettare qualcun altro. La mia proposta è: test antigienici ogni 2 giorni e il tampone RNA virale a 24 ore dalla partita. In attesa che siano validati quelli sulla saliva. Bisogna andare avanti e alzare le difese: abbiamo abbassato la guardia, nel Paese e probabilmente nel calcio. Intanto io renderei obbligatorio per i calciatori scaricare la app Immuni: sarebbe anche un bell’esempio per tutto il Paese.

La tentazione è innegabilmente forte: di fronte ad un nemico sconosciuto, perché non dotarsi di un’app innocua, dal codice libero e aperto, testata su ogni fronte e dichiaratamente scevra da ogni geolocalizzazione? Ma questo interrogativo ne solleva uno uguale e contrario: se l’app è così scevra da pericoli, perché le autorità non l’hanno allora resa obbligatoria, così da estenderne rapidamente i benefici a livello nazionale senza dover giocare ogni giorno con l’altalena dei download, delle installazioni mancate, dei bug, delle regioni che non collaborano, con i falsi positivi e i tamponi che mancano?

La ricchezza di Immuni è invece esattamente in questo aspetto. Se per promuoverla il Governo fa un appello ad una cooperazione e ad un principio etico, è proprio per tutelare un aspetto fondamentale del progetto: la volontarietà. Non solo il Governo ha precisato come l’app non debba essere obbligatoria, ma non può nemmeno sussistere alcun comportamento coercitivo, in alcuna forma.

Altro esempio è il commento di Maurizio Molinari, direttore di La Repubblica, secondo cui il modello orientale (Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Cina) sia quello da seguire:

[…] la seconda ondata del Covid 19 impone agli europei – e agli italiani – di seguire l’esempio dell’Estremo Oriente nel dotarsi di logistica e tecnologia che consentono di gestire nel lungo termine un numero alto di contagiati senza nuocere troppo al sistema economico nazionale. Adattandosi alla pandemia, anche perché non sappiamo quanto durerà quella presente e non possiamo escluderne altre in futuro.

Fin qui è tutto condivisibile, ma quando si arriva a consigliare il tracciamento dei contagiati e dei loro movimenti, si supera con grande nonchalance una fondamentale linea rossa tra tutela e libertà. Nel nome dell’economia (perché è questo il focus di un sistema che non debba “nuocere troppo al sistema economico nazionale“, si sacrificano decenni di battaglie per la libertà.

In un editoriale che non contiene le parole “diritti”, “privacy”, “diritti umani” o “democrazia”, il direttore di…

Pubblicato da Fabio Chiusi su Domenica 18 ottobre 2020

Le conseguenze di questo approccio, infatti, sono nelle parole dell’on. Vito Crimi, che proprio nelle stesse ore concretizza le proposte di Molinari con una proposta propria:

Occorre potenziare l’utilità della app Immuni, rendendola obbligatoria per l’accesso a determinati luoghi o servizi e verificando che tutto il sistema sanitario sia in grado di sfruttarne le potenzialità. Ed è molto importante che tutti i cittadini la scarichino e che Enti locali e associazioni di categoria facciano campagne per rafforzare la consapevolezza di tutti rispetto a questo strumento.

Le altre proposte di Crimi sembrano del tutto di buon senso, orientate a restringere il campo delle situazioni nelle quali l’aggregazione è spontanea e non controllabile, ma in questo quadro di raziocinio viene calata una proposta liberticida come l’obbligatorietà dell’app. Proposta che, senza le adeguate contromisure, invocherebbe tristi presagi.

Immuni è un progetto indiscutibilmente interessante sotto molti punti di vista, tanto per quanto concerne questa pandemia, quanto in relazione alla possibilità di utilizzare sistemi di tracciamento anche in futuro per esigenze similari. Proprio la dicotomia tra chi rifiuta l’app e chi vorrebbe renderla obbligatoria è una delle riflessioni più interessanti per il futuro, poiché scava alla radice del nostro rapporto con la tecnologia, della nostra reale comprensione del progetto e della nostra capacità di comprenderne il ruolo strumentale in questa situazione di emergenza.

Perché Immuni deve restare facoltativa

Occorre partire anzitutto da motivazioni di ordine molto pragmatico: l’app non rende Immuni, né deve darne l’apparenza. L’app non è un “passaporto di Immunità” (definizione ormai chiara a tutti), né può fornire certezze. L’obbligo semmai può riguardare distanziamento e mascherine, poiché con questi elementi è possibile realmente combattere la pandemia, mentre Immuni altro non è se non un tassello di un complesso sistema di tracciamento, pieno di difficoltà, ma fondamentale per risalire le catene del contagio. Immuni non offre verità, ma semplicemente suggerimenti per coloro i quali dovrebbero perdere ore in una impossibile ricerca di contatti a rischio: è frutto di statistica e algoritmi, non di esami e diagnosi, e questo va compreso una volta per tutte.

Ma non è tutto qui.

Dovrebbe far riflettere un report del MIT Technology Review secondo cui in molti Stati a livello globale la pandemia è stata usata come una leva per aumentare la sorveglianza sulle persone, minacciandone le libertà attraverso sistemi più o meno espliciti. Quella che molti qui chiamano “dittatura sanitaria” (diciamolo: completamente a sproposito), altrove è una velata realtà che passa da tecnologie di tracciamento, controllo delle discussioni online e altro ancora.

Freedom House in un ulteriore report ha diramato invece una serie di prescrizioni utili a tenere fermo il punto della libertà soprattutto in questo 2020, per garantire che tutte le popolazioni possano godere di libertà di espressione e movimento: è chiaro a tutti come piccoli compromessi sulla libertà non possano essere confrontati con gravi compromissioni in atto in alcuni paesi, ma al tempo stesso un principio va salvaguardato sempre e comunque, senza concessioni a superficialità di sorta.

La pandemia da coronavirus sta accelerando un drammatico declino della libertà di Internet

Immuni avrebbe potuto essere obbligatoria, avrebbe potuto segnalare quale fosse la persona positiva che ha determinato la condizione di rischio, avrebbe potuto anche anonimamente geolocalizzare lo smartphone e infine avrebbe potuto essere usata come lasciapassare ad ogni varco. Ma cosa sarebbe questo se non un controllo formale, invadente ed inaccettabile? In che direzione andrebbe un’app forzata sullo smartphone di tutti? Ecco perché la tutela assoluta della privacy e la salvaguardia della libertà personale nell’installazione è fondamentale. Ed ecco perché l’unica cosa a cui Immuni può appellarsi è il senso civico: è esattamente quello l’ambito entro cui la pulsione al download deve scattare. Non per obbligo, non per forzatura, non per paura: per spirito di collaborazione nei confronti di quelle stesse autorità sanitarie che durante il lockdown si applaudivano sui balconi.

L’obbligo di Immuni avrebbe inoltre altre ripercussioni che riteniamo addirittura paradossali: significherebbe obbligare tutti ad avere uno smartphone di nuova generazione; significherebbe obbligare tutti ad avere lo smartphone sempre in tasca; significherebbe dover controllare che tutti abbiano il Bluetooth attivo. Ma trattasi di aspetti talmente superficiali che abbiamo voluto isolarli a fondo pagina, briciole di un piatto ben più ricco di argomentazioni.

Infine, per non perdere l’orizzonte della realtà: Immuni è un’app di tracciamento che ha finalità specifiche, limiti noti e potenzialità ancora non completamente espresse. Alla luce di tutto ciò è stata messa in mano a Regioni e ASL, le quali hanno il controllo sui codici immessi. Nulla in questo processo è validato per poter trasformare l’app in un lasciapassare per qualsivoglia libertà. Tutto quello che Immuni può e deve fare, è aiutare le autorità sanitarie ad espletare il loro lavoro: qualunque altra sovrastruttura rappresenta una forzatura, una violenza, una deviazione.

Certo, una classe politica che avesse saputo dare il buon esempio sarebbe stata di grande utilità. Certo, un giornalismo meno pilotato e più proattivo avrebbe potuto consentire di anticipare i tempi. Certo, tutti avremmo potuto fare di meglio e di più. Ma così non è stato. E intanto il tempo è passato, prezioso, rapidissimo. Fino ad oggi, fino a nuovi DPCM, fino a pronunciare nuovamente senza più vergogne la parola “lockdown”.

Ormai è tardi?

Il dubbio sussiste. il virologo Andrea Crisanti ha ben espresso l’idea secondo cui Immuni (come elemento di un più vasto progetto di contact tracing) possa essere in grado di dare risultati soprattutto in una prima fase, quando i numeri sono ridotti e si può fare molto per limitare i contagi. Eppure, tra dubbi più o meno leciti, Immuni ha navigato nell’inerzia e nell’ostruzionismo fino ad oggi, ritrovandosi a lottare ora in un campo che non è forse più il suo. In un’Italia non pronta all’assalto dei tamponi, Immuni rischierebbe di far traboccare il vaso: la si usi, la si sfrutti, siano le autorità sanitarie a decidere quando possa servire e quando invece dare priorità ad altri tipi di indagine. Ma anche su questo serve un mea culpa: dovevamo dare a Immuni una possibilità e Immuni doveva poter dimostrare di meritarsela. Ora è tardi, forse. Ed a questo “forse” non resta che appellarsi con massima forza di buona volontà, perché per invertire i destini del prossimo Natale non resta che applicarsi, ora, subito, tutti.

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18 10 2020
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