Rodotà: il corpo umano è una password

Con la consueta chiarezza il Garante della Privacy racconta l'attività 2002 insistendo su biometrica, genetica in internet, localizzazione delle persone attraverso il telefono. Tecnologie tanto importanti quanto inquietanti

Roma – Aumenta la “pressione” per l’utilizzo dei dati personali sia nell’ambito della sicurezza sia in quello commerciale, accompagnata da un’evoluzione tecnologica e scientifica che “congiunge campi fino a ieri lontani come l’elettronica e la genetica” e che “sembra rendere vana ogni pretesa di offrire tutele giuridiche”.

Questa la sintesi del dettagliato quadro disegnato dal Garante della Privacy Stefano Rodotà ieri in occasione della presentazione della Relazione Annuale 2002 ( su questa pagina è disponibile il documento nel suo complesso).

Secondo Rodotà, non c’è una ricetta semplice per governare queste trasformazioni, come dimostra la complessa questione dello spam, affrontata anche dalla direttiva europea 58/02, “in occasione della quale la scelta per l’opt-in, per il consenso degli interessati, ha prevalso”. Una direttiva che si discosta dalle scelte degli Stati Uniti, paese che però ora ha “scoperto che lo spamming (…) ha ormai superato il 40% del traffico su Internet” e nel quale la “Federal Trade Commission accerta che il 66% di questi messaggi contiene “elementi di falsità”, percentuale che arriva al 90% per le offerte finanziarie o di investimento.”

“Oggi – spiega Rodotà – la tutela dei dati personali non riguarda soltanto la divulgazione impropria delle nostre informazioni. Consiste anche nella difesa della sfera privata contro invasioni che violano il diritto alla tranquillità, cancellano il diritto di non sapere”.

Stefano Rodotà E in questo quadro si incarna il problema-opportunità di quello che Rodotà definisce “Corpo elettronico”, i cui dati sono distribuiti in diverse banche dati mantenute in luoghi diversi, dove la “nuova cittadinanza” non è più “il segno di un legame territoriale o di sangue” ma un “fascio di poteri e doveri che appartengono ad ogni persona”.

Sulle banche dati il Garante ha insistito a lungo, dicendosi pronto ad intervenire “se, per esempio, si costituissero banche dati contenenti tutte le prescrizioni mediche con indicazione nominativa delle persone alle quali si riferiscono, si creerebbe un sistema ad alto rischio sociale, al quale potrebbero sottrarsi soltanto coloro i quali decidessero di non utilizzare il sistema sanitario nazionale e di pagare direttamente i farmaci. Non permetteremo la trasformazione della protezione dei dati personali in un privilegio per i più abbienti”.

Ma, al centro della relazione di Rodotà, è collocata la genetica, lo sfruttamento commerciale via internet e le prospettive, e i pericoli, che si aprono. Il corpo della persona, quello fisico, è oggi secondo Rodotà “al centro di una attenzione che vuole scandagliarne ogni recesso, utilizzarne ogni possibilità. Qui l’intreccio tra elettronica, biologia e genetica ha già aperto scenari nuovi, insieme promettenti e inquietanti. Qui si gioca una partita essenziale per il futuro della protezione dei dati, la cui intensità diviene anche la condizione perché ciascuno possa godere delle grandi promesse della genetica”.

“Il corpo – insiste il Garante – sta diventando una password, la fisicità prende il posto delle astratte parole chiave, impronte digitali, iride, tratti del volto, Dna: si ricorre sempre più frequentemente a questi dati biometrici non solo per finalità di identificazione o come chiave per l’accesso a diversi servizi, ma anche come elementi per classificazioni, per controlli ulteriori rispetto al momento dell’identificazione”.

“E il corpo – continua Rodotà – può essere predisposto per essere seguito e localizzato permanentemente. Alcuni genitori inglesi, traumatizzati da rapimenti e violenze sui bambini, hanno chiesto che sotto la pelle dei loro figli venga inserito un chip elettronico proprio per poter sapere in ogni momento dove si trovano. La sorveglianza sociale si affida ad una sorta di guinzaglio elettronico, il corpo umano viene assimilato ad un qualsiasi oggetto in movimento, controllabile a distanza con una tecnologia satellitare”.

La domanda che consegue a queste novità tecnologiche, derive che Rodotà definisce “particolarmente inquietanti” è quella di sempre: “Le finalità di identificazione, sorveglianza, sicurezza delle transazioni possono davvero giustificare qualsiasi utilizzazione del corpo umano resa possibile dall’innovazione tecnologica?”

Cosa fare, dunque? Il Garante si muove naturalmente sulla base delle leggi vigenti, spingendo sul “rispetto della dignità della persona”, su quello dell'”identità personale” e dei “principi di finalità e proporzionalità”, dove “solo ragioni sociali molto forti, e non una semplice convenienza organizzativa o economica, possono giustificare il ricorso alla biometria, che tuttavia non deve essere utilizzata per schedature centralizzate e di massa e deve sempre essere accompagnata da adeguati strumenti di controllo affidati anche agli stessi interessati”. Il tutto condito da una forte attenzione, afferma Rodotà, sugli effetti “cosiddetti imprevisti o indesiderati” che spesso “sono conseguenze determinate da analisi incomplete o troppo interessate delle tecnologie alle quali si intende ricorrere”.

Rodotà ha anche analizzato le implicazioni della genetica laddove possono tradursi in un restringimento dei diritti della persona, grazie in primis alla tecnologia. “La violazione della sfera privata, in sé gravissima – afferma Rodotà -diviene ancor più inquietante se si tiene conto del fatto che, grazie ai dati ricavabili da qualsiasi frammento di materiale genetico (saliva, capelli, pelle, sangue), è possibile ottenere informazioni relative non soltanto all’identità della persona, ma anche di tipo “predittivo”. E, poiché il genoma costituisce il tramite tra le generazioni, i dati riguardanti una singola persona forniscono informazioni su tutti gli appartenenti al suo gruppo biologico”.

“Passato, presente e futuro – avverte Rodotà – dunque possono essere scandagliati attraverso i dati genetici”.

Interessante anche il passaggio in cui Rodotà afferma che “in un tempo in cui si puniscono con severità eccessiva violazioni della proprietà intellettuale, i legislatori debbano riflettere su questa possibilità di impadronirsi di un aspetto dell’identità altrui che tocca le radici stesse dell’esistenza individuale e di gruppo, prevedendo anche una adeguata tutela penale”.

La condizione perché la ricerca genetica e tecnologica sia un beneficio per ciascuno, dunque, è che i dati genetici siano utilizzati solo ed esclusivamente per finalità palesi sulle quali la persona deve conservare i propri diritti, anche per evitare che i dati genetici “possano poi essere utilizzati da altri in modo discriminatorio”.

A rischio dunque anche i test genetici via internet, che tante condanne hanno suscitato in mezzo mondo, test – spiega Rodotà – che “vengono spesso proposti come se si trattasse di un qualsiasi prodotto da supermercato: paghi due e scegli tre test in un elenco di malattie; offerte speciali, sconti, kit in omaggio”.

Per questo il Garante ha condotto una indagine sui siti italiani della genetica che secondo Rodotà evidenzia la necessità per l’Italia di adottare la Convenzione europea di biomedicina, una normativa che in questo ambito “può assicurare pienezza di tutela alla libertà esistenziale ed al diritto fondamentale alla salute”.

I “nuovi pericoli” per i diritti della persona però arrivano anche dalle tecnologie di localizzazione, alle quali Rodotà ha dedicato un importante intervento. Eccolo di seguito. Se il corpo investigato attraverso l’intima sua struttura genetica apre inquietanti prospettive, preoccupazioni nuove, secondo Rodotà, nascono dal diffondersi delle tecniche di localizzazione delle persone. I servizi di TLC adottano ormai sempre più strumenti diversi di localizzazione, “in particolare i chip che possono essere inseriti in qualsiasi prodotto e, come si è già ricordato, addirittura nel corpo umano”.

Tutto questo secondo Rodotà individua “una dimensione nuova della sorveglianza, resa possibile dal mutamento sociale che ha portato il telefono mobile a divenire quasi una protesi della persona, un robustissimo e invisibile filo elettronico che permette di seguire ogni nostro movimento in qualsiasi labirinto”.

Il tutto è naturalmente condito dall’interesse dell’industria per questi servizi, che consentono di ricostruire i comportamenti di clienti e utenti, dalla videosorveglianza e dalle “nuove forme di controllo capillare” che “non sono più limitate agli spazi pubblici, ci seguono implacabilmente anche nei luoghi più intimi, neppure la casa offre più un riparo”.

Secondo Rodotà nemmeno “il consenso dell’interessato può rendere legittimo l’inserimento nel suo corpo di un chip che permetta di seguirne i movimenti, o il ricorso a chip che, inseriti in un prodotto, rendano poi possibile il controllo dei comportamenti di chi lo utilizza. Il ‘guinzaglio elettronico’ confligge con la dignità della persona”.

Il Garante ha anche ricordato che, rispetto al telefono, rimane il diritto dell’utente a non essere localizzato, diritto “che consente di sottrarsi ad una opprimente forma di controllo sociale, senza stigmatizzazioni o discriminazioni nei confronti di chi concretamente esercita questo nuovo diritto”.

Anche la raccolta dati sui movimenti di una persona dev’essere circoscritta nel tempo e giustificata da ragioni di sicurezza o di emergenza. Proprio come dev’essere limitata la conservazione dei dati del traffico telefonico o del traffico internet. A rischio, altrimenti, “non solo la libertà di “navigare” in rete, e dunque la versione nuova ed elettronica della libertà di circolazione, ma pure la libertà di manifestazione del pensiero e quella di associazione, vista la crescente vocazione di Internet ad essere proprio strumento di espressione e di organizzazione per milioni di persone”.

Ma nella relazione del Garante non è mancato un attacco al Total Information Awareness americano, il potente strumento di data mining considerato da molti la prima vera realizzazione di uno degli strumenti di controllo ipotizzati da Orwell. Secondo Rodotà è necessario che l’Europa, capace di ritrovarsi sui diritti della persona, sappia far valere questi principi anche a proposito del “Total Information Awareness Program”, cioè il “Programma per la conoscenza totale delle informazioni” che come noto l’amministrazione Bush “intende utilizzare per il controllo di tutte le comunicazioni di ogni cittadino del pianeta, eccezion fatta per gli americani”.

Secondo Rodotà “è in corso un confronto tra diversi modelli di tutela delle libertà, con molte istituzioni e personalità degli Stati Uniti attentissime al modello europeo. Il dialogo può essere fecondo soprattutto se si ricorda che il modello europeo è stato costruito partendo da ingredienti importati dagli Stati Uniti, l’idea moderna di privacy e le autorità indipendenti”.

Per riuscire a sfuggire al rischio di una “società della sorveglianza” secondo Rodotà occorre sottrarre lo spazio virtuale alla pura logica di mercato, “a quella che è stata chiamata la ‘disneyzzazionè, che nega la sua natura di spazio pubblico”. Ma anche lo spazio reale è sorvegliato e tutto questo costituisce il mutamento sociale in atto.

“La sorveglianza – insiste Rodotà – si trasferisce dall’eccezionale al quotidiano, dalle classi ‘pericolosè alla generalità delle persone. La folla non è più solitaria e anonima. La digitalizzazione delle immagini, le tecniche di riconoscimento facciale consentono di estrarre il singolo dalla massa, di individuarlo e di seguirlo. Il data mining, l’incessante ricerca di informazioni sui comportamenti di ciascuno, genera una produzione continua di ‘profilì individuali, familiari, di gruppo. La sorveglianza non conosce confini”.

Con una chiarezza che non lascia adito a dubbi, Rodotà ha infine sottolineato come “questa inarrestabile pubblicizzazione degli spazi privati, questa continua esposizione a sguardi ignoti e indesiderati, incide sui comportamenti individuali e sociali. Sapersi scrutati riduce la spontaneità e la libertà. Riducendosi gli spazi liberi dal controllo, si è spinti a chiudersi in casa, e a difendere sempre più ferocemente quest’ultimo spazio privato, peraltro sempre meno al riparo da tecniche di sorveglianza sempre più sofisticate. Ma se libertà e spontaneità saranno confinate nei nostri spazi rigorosamente privati, saremo portati a considerare lontano e ostile tutto quel che sta nel mondo esterno. Qui può essere il germe di nuovi conflitti, e dunque di una permanente e più radicale insicurezza, che contraddice il più forte argomento addotto per legittimare la sorveglianza, appunto la sua vocazione a produrre sicurezza”.

Rodotà ha concluso la sua relazione ricordando che tutto questo nuovo scenario impone il superamento della dimensione tradizionale degli stati nazionali, occorrono visioni sovranazionali, internazionali, planetarie, per dare una risposta politica e di libertà a pulsioni tecnologico-sociali che spesso vanno nella direzione esattamente opposta.

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