Rodotà: ma quale talebano?

Il Garante ieri ha difeso l'operato dell'Autorità replicando anche ai rilievi di Mantellini. E spiega: la tecnologia non va assunta in modo acritico, deve misurarsi con i valori fondanti della società
Il Garante ieri ha difeso l'operato dell'Autorità replicando anche ai rilievi di Mantellini. E spiega: la tecnologia non va assunta in modo acritico, deve misurarsi con i valori fondanti della società


Roma – “Non sono un talebano contrario alla tecnologia, ma devo mettere in evidenza i rischi delle derive tecnologiche”. Così ieri Stefano Rodotà , ha difeso l’operato dell’ Autorità garante per la privacy di cui è presidente, rispondendo anche ai rilievi pubblicati su queste pagine da Massimo Mantellini (vedi Contrappunti/ Quel talebano di Rodotà ).

“Il Garante – ha spiegato Rodotà – è stato spesso definito un talebano contrario alla tecnologia. Invece abbiamo grande attenzione verso questi aspetti pur mettendo in evidenza i rischi delle derive tecnologiche”. Con la consueta lucidità, Rodotà ha sottolineato come la tecnologia non possa essere considerata “depositaria dei fini sociali ma deve misurarsi con i valori fondanti della società”.

Aprendo i lavori del convegno Il diritto alla protezione dei dati tra sicurezza, efficienza e sviluppo che si concluderà oggi a Roma, Rodotà ha sottolineato come in questi anni il lavoro del Garante sia stato mirato ad evitare una contrapposizione tra produttività e privacy. Il diritto alla riservatezza del cittadino, talvolta messo a rischio dall’applicazione delle nuove tecnologie , non può essere sottovalutato ma, allo stesso tempo, è evidentemente necessario confrontarsi con le pulsioni di cambiamento e di innovazione che in modo dirompente provengono dal mondo della tecnologia. Spinte in un senso o nell’altro che tendono a suddividere anche l’opinione pubblica nelle due categorie che si potrebbero definire “apocalittici” e “integrati”. Due visioni distinte che, invece, secondo il Garante devono trovare una sintesi per interfacciarsi in modo equilibrato con la società dell’informazione.

Il Garante ha spiegato come il proprio ufficio sia un osservatorio privilegiato non solo sull’innovazione tecnologica ma anche sulla capacità della società umana di integrarla, in un processo che va, appunto, governato. “Abbiamo – ha ribadito – una grande attenzione all’ingresso della tecnologia nella vita quotidiana, infatti l’abbiamo anche legittimata di volta in volta”. “In sette anni di lavoro – ha ricordato – abbiamo provato a smentire l’approccio dicotomico del tipo privacy contro sicurezza o privacy contro efficienza: in realtà, la privacy è una risorsa per le imprese e per le amministrazioni”.

Per spiegare quanto sia importante trovare un bilanciamento tra un’esigenza e l’altra, Rodotà ha fatto l’esempio delle tecnologie RFID , i radiochip a frequenza che da tempo impegnano il Garante italiano e quelli europei . Si tratta infatti di un caso che dimostra come “non si possono trascurare i diversi contesti in cui una stessa tecnologia ha differenti funzioni e quindi esige regolamentazioni differenziate”.

Ma oltre ai chippetti che possono tracciare oggetti e persone su cui sono posizionati, le medesime domande le pongono tecnologie come quelle di localizzazione , che consentono di attivare nuovi servizi in base alla posizione sul territorio del cittadino-utente. Ma il pensiero corre, evidentemente, anche alle tecnologie biometriche o a quelle fondate sulla genetica .

Si tratta di scenari nei quali lo sviluppo tecnologico, talvolta sospinto da un preciso e forte interesse industriale e commerciale, o da ragioni di ordine pubblico, può effettivamente tradursi in un grimaldello per la privacy del cittadino-consumatore.

Al convegno è intervenuto anche Giuseppe Santaniello , vicepresidente dell’Autorità, secondo cui sulla capacità di affrontare con equilibrio le due posizioni descritte da Rodotà “si misurerà la capacità innovativa dei sistemi giuridici a tutela dei valori fondamentali degli individui e della collettività”. In questo senso Santaniello ha auspicato lo sviluppo di “un policentrismo di fonti a livello europeo, nazionale, settoriale, che determini un moderno processo regolatore”.

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17 06 2004
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