USA, Google amico dei pirati?

I network pubblicitari di BigG finanzierebbero i siti di contenuti pirata. Queste le conclusioni di uno studio, a cui Google si oppone

Roma – Tra l’introduzione di misure a tutela dell’industria del copyright e interventi in difesa della circolazione dei contenuti , Google ha cercato di mantenere l’equilibrio tra gli interessi, spesso contrastanti, delle due parti. Ora, l’ago della bilancia sembra spostarsi nuovamente, considerati i dati emersi da uno studio condotto dalla University of Southern California (USC), secondo cui gli investitori pubblicitari della Grande G e di Yahoo! supporterebbero finanziariamente i siti che veicolano contenuti pirata.

La ricerca condotta dall’Annenberg Innovation Lab ha individuato i network che destinerebbero la maggior parte degli investimenti pubblicitari a siti accusati di violare il copyright di musica e film: nel ranking a 10, Google occupa la seconda posizione mentre Sunnyvale si attesta in sesta . Tra i documenti presi in esame dai ricercatori della USC vi sarebbe anche il Transparency Report redatto proprio da Google, in particolare la sezione dedicata alle richieste di rimozione dei contenuti da parte dei titolari dei diritti.

Secondo Jonathan Taplin , direttore dell’Innovation Lab, la risposta alla pirateria online non può arrivare esclusivamente dai governi nazionali, ma necessita di una autoregolamentazione da parte di quei settori privati, come l’industria della pubblicità online, che hanno il potere di arginare la violazione del copyright.

Le conclusioni raggiunte dallo studio condotto dell’Innovation Lab sono state oggetto di critica da parte dei vertici di BigG, che rifiutano il ruolo di spalleggiatori dei pirati. “Crediamo che sia un errore, nella misura in cui lo studio suggerisce che le pubblicità di Google sono la fonte maggiore di finanziamento per i principali siti pirata”, afferma un portavoce della Grande G. Negli ultimi anni, continuano da Google, il ruolo svolto nel contrasto alla pirateria è stato rilevante. La complessità rappresentata dai flussi promozionali online, infatti, potrebbe, secondo i dirigenti di Mountain View, sollecitare considerazioni in base alle quali la mera presenza di un codice di Google su un sito significhi un investimento finanziario da parte di Google: un’equivalenza priva di fondamento.

Cristina Sciannamblo

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