4chan, Facebook e il web dei codardi

Christopher Moot Poole contro Mark Zuckerberg, che aveva descritto l'anonimato in Rete come un atto di codardia. Un contesto basato sulla costante identificazione non permetterebbe ai giovani di sbagliare. In barba alla loro creatività
Christopher Moot Poole contro Mark Zuckerberg, che aveva descritto l'anonimato in Rete come un atto di codardia. Un contesto basato sulla costante identificazione non permetterebbe ai giovani di sbagliare. In barba alla loro creatività

“Anonimato significa autenticità. Perché permette alle persone di condividere nella maniera più schietta, totalmente priva di vernice”. Così ha parlato Christopher Moot Poole, recentemente intervenuto nel corso del festival South By Southwest tenutosi ad Austin, in Texas.

Una vera e propria invettiva, lanciata dal giovane founder di 4chan nei confronti del CEO di Facebook Mark Zuckerberg. Parole agguerrite, come a voler sottolineare una visione diametralmente opposta su tematiche certo delicate come la privacy online e la condivisione di informazioni e contenuti .

Il founder di Facebook sarebbe dunque caduto in un grosso errore, in particolare descrivendo l’anonimato in Rete come un atto di pura codardia. Secondo Poole, sfuggire all’identificazione permetterebbe a milioni di ragazzi di commettere errori in tutta tranquillità . “Fallire in un contesto basato sull’identificazione porterebbe ad un prezzo troppo alto da pagare”, ha spiegato il founder di 4chan.

Ma Christopher Moot Poole ha anche consigliato di andarci piano, soprattutto con attività di poking relative a contenuti estremi. Il founder di 4chan ha tuttavia respinto le critiche più feroci contro la sua gigantesca community, sottolineando come quest’ultima non rappresenti certamente “il lato più oscuro di Internet”.

Agli utenti di 4chan verrebbe semplicemente offerto un contesto favorevole alla creatività, spesso il frutto di utenti che possono ritrovarsi a sperimentare senza timori . Una filosofia ritrovata nel nuovo sito Canvas , una sorta di board di immagini memo meno anarchica e più diretta al mercato mainstream .

Non a caso il progetto Canvas è riuscito ad attirare le redditizie attenzioni del rispettato investor statunitense Ron Conway, già legato alle primissime esperienze imprenditoriali di Google. Quello che proprio non sembra andar giù a Poole è la discutibile posizione di Zuckerberg sull’anonimato dei netizen.

Una visione peraltro supportata dai numeri, almeno quelli offerti da un esperimento condotto dalla società specializzata in sicurezza informatica Sophos. Il 41 per cento degli utenti in blu ha in sostanza accettato di condividere cruciali informazioni personali con un completo sconosciuto, nell’occasione un contatto fasullo aperto da Sophos.

L’84 per cento di un campione di 200 utenti ha dunque condiviso con l’estraneo la propria data di nascita, mentre l’87 per cento ha svelato dettagli sulla propria posizione di lavoro o sulla propria istruzione. In fondo, Facebook non è un paese per codardi.

Mauro Vecchio

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14 03 2011
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