A scuola il porno non richiesto non è una colpa

Immagini troppo scabrose per degli scolaretti erano comparse sullo schermo di un computer di classe. L'insegnante rischiava 40 anni di carcere. Ma è riuscita a dimostrare che la responsabilità è di sistemi informatici mai aggiornati
Immagini troppo scabrose per degli scolaretti erano comparse sullo schermo di un computer di classe. L'insegnante rischiava 40 anni di carcere. Ma è riuscita a dimostrare che la responsabilità è di sistemi informatici mai aggiornati

Julie Amero non ha colpe se non quella di aver turbato l’ordine della classe in cui operava: è rimasta attonita quando frotte di popup a sfondo pornografico si sono affollati sullo schermo intorno al quale erano assiepati i suoi studenti. Si trattava di popup innescati da uno spyware contratto chissà da quanto tempo.

Il processo alla supplente di una scuola di Norwich, nel Connecticut, si è chiuso : nel 2004 aveva accidentalmente esposto la classe di cui si occupava a un bombardamento di immagini troppo scabrose per un nugolo di bimbi. Gli studenti erano inorriditi, così era inorridita Amero: non aveva pensato a spegnere lo schermo, a staccare spine, a far calare il sipario gettando sul monitor quanto le capitasse a tiro. Inerme aveva tentato di mobilitare un tecnico che non si è mai palesato, aveva tentato di frapporsi fra le contorsioni pornografiche che si affollavano sullo schermo e il candore del giovane pubblico.

Nel 2007 la docente aveva affrontato il processo. L’accusa sosteneva che Amero fosse animata da turbamenti inadatti alle aule scolastiche, dichiarava di poter dimostrare che la donna avesse visitato intenzionalmente siti pornografici dal computer della scuola presso cui era impiegata, immagini che poi si erano riproposte in un momento poco opportuno per Amero e per la sua classe.

Alla difesa non era stata concessa la possibilità di contrattaccare: avrebbe voluto replicare dimostrando che lo spyware albergava nella macchina della scuola da ben prima dell’assunzione di Amero, avrebbe voluto imputare all’istituto la responsabilità di consegnare agli insegnanti e agli alunni computer poco sicuri, non aggiornati, colabrodo alla mercé delle insidie tese dai malintenzionati. Ma la strategia difensiva e le perizie tecniche non erano state presentate in tempo perché il giudice potesse prenderle in considerazione. Julie Amero, tradita dallo spyware e dalle macchine dell’istituto, era stata giudicata colpevole e rischiava 40 anni di carcere per aver esposto dei minori a contenuti inappropriati alla loro età, per aver corrotto la loro innocenza.

La rete si era mobilitata, si erano mobilitati gli esperti di sicurezza : ad Amero era stata concessa la possibilità di ottenere un nuovo processo. Il caso si è chiuso nei giorni scorsi. La difesa ha chiarito che le prove presentate per dimostrare la colpevolezza di Amero erano infondate: l’insegnante non avrebbe volontariamente visitato siti pornografici, nemmeno in assenza della classe, e non sarebbe nemmeno responsabile dell’infezione della macchina. Il manifestarsi degli sconvenienti popup, hanno documentato gli esperti di sicurezza che si sono fatti carico di sostenere Amero pro bono, dipendevano dallo spyware che infestava la macchina messa a disposizione della scuola, dotata di software mai aggiornato.

L’unica colpa di Amero sarebbe stata quella di non aver reagito con prontezza , di essersi abbandonata all’insicurezza e di aver seguito le raccomandazioni dei tecnici dell’istituto non prendendo in considerazione la possibilità di spegnere brutalmente il computer: la corte l’ha accusata di condotta inappropriata. La docente è stata condannata a pagare una multa di 100 dollari, non insegnerà più. Il procuratore la ritene ancora colpevole: non riesce a capacitarsi del fatto che il computer della scuola abbia agito di sua spontanea volontà.

Gaia Bottà

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24 11 2008
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