AGCOM respinge accuse di Cloudflare: non è censura

AGCOM respinge accuse di Cloudflare: non è censura

Massimiliano Capitanio (commissario AGCOM) ha respinto le accuse di censura e ritorsione, evidenziando che Cloudflare non vuole collaborare.
AGCOM respinge accuse di Cloudflare: non è censura
Massimiliano Capitanio (commissario AGCOM) ha respinto le accuse di censura e ritorsione, evidenziando che Cloudflare non vuole collaborare.

Il CEO di Cloudflare (Matthew Prince) ha minacciato di lasciare l’Italia perché la legge antipirateria impone il blocco dello streaming illegale, senza supervisione giudiziaria e senza garantire un giusto processo. Massimiliano Capitanio (commissario AGCOM) ha respinto le accuse di ritorsione e censura, evidenziando che l’azienda californiana ha tutti i mezzi per identificare i siti pirata.

Botta e risposta tra Cloudflare e AGCOM

Durante l’intervista rilasciata al Sole 24 ORE, il CEO di Cloudflare aveva dichiarato che la sanzione di oltre 14 milioni di euro è una ritorsione di AGCOM perché è stata inflitta quando un giudice ha permesso di accedere ai documenti interni dell’autorità. Prince ha inoltre aggiunto che il meccanismo previsto dalla legge antipirateria (tramite Piracy Shield) causa effetti collaterali (blocco di siti legittimi).

Massimiliano Capitanio ha dichiarato che è stato chiesto solo il rispetto della legge, quindi non c’è nessuna ritorsione o censura. Il commissario AGCOM ha inoltre ricordato che i provvedimenti di blocco sono mirati e proporzionati:

Abbiamo adottato circa 60.000 ordini di blocco e i reclami sono stati solo due. Uno respinto, l’altro concluso con una sanzione nei confronti di un soggetto coinvolto nella pirateria. Se davvero stessimo spegnendo la luce a tutto il condominio, come dice Cloudflare, i ricorsi sarebbero migliaia.

Capitanio ha quindi elencato alcuni casi che dimostrano la “colpevolezza” di Cloudflare, ovvero che l’azienda californiana ha i mezzi per individuare i siti pirata:

La Premier League si è dovuta rivolgere alla U.S. District Court for the Central District of California per obbligare l’azienda a fornire dati utili a identificare i gestori di siti pirata. In Germania, la Universal ha citato Cloudflare al tribunale di Colonia in qualità di servizio di hosting che consente la diffusione di opere musicali piratate. In Giappone, una recente sentenza ha accertato che l’azienda non adotta alcuna politica di verifica dell’identità dei clienti. Dalla medesima sentenza emerge inoltre che, per le modalità di diffusione dei contenuti illegittimi, la società può agilmente sapere quali sono i siti che, appunto, usano la sua infrastruttura per effettuare attività illecita, senza che tuttavia intervenga per fermare queste condotte. In Spagna, la Liga ha dovuto coinvolgere il tribunale di Barcellona per far bloccare i siti pirata veicolati tramite Cloudflare, vincendo la causa. Anche l’AGCOM si è vista costretta a intervenire su Cloudflare, non avendo la società dato alcun seguito alle richieste di blocco, del febbraio 2025, di 23 siti pirata.

Gli esempi riportati confermerebbero in realtà quanto dichiarato da Prince. Cloudflare blocca l’accesso ai siti pirata se riceve una valida richiesta dai giudici, non da soggetti privati, come avviene in Italia con Piracy Shield.

Il commissario AGCOM ha infine sottolineato che Google collabora per rimuovere i link dei siti pirata dal motore di ricerca e che Akamai ha spiegato come i provider CDN possono contrastare la pirateria online. Lo scontro dialettico e legale tra Cloudflare e l’autorità italiana continuerà ancora a lungo.

Fonte: Il Sole24 ORE
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Pubblicato il
5 feb 2026
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