Meglio non utilizzare l’AI per generare le password, si rischia di semplificare il lavoro dei cybercriminali. È la conclusione a cui sono giunti i ricercatori di Irregular, eseguendo un test piuttosto semplice: hanno chiesto a ChatGPT, Gemini e Claude di creare codici segreti da 16 caratteri con simboli, numeri, lettere e in alcuni casi una sequenza di parole. Nonostante la loro apparente complessità, sono risultati estremamente facili da craccare.
Non far creare le tue password all’AI
Il motivo è semplice. I modelli di intelligenza artificiale sono ormai molto abili in tante operazioni, ma non nella randomizzazione. Tendono a seguire pattern piuttosto precisi, che rendono inevitabilmente più semplice indovinare gli output restituiti.
Chiedendo a Claude Opus 4.6 (appena lanciato da Anthropic) di generare 50 password uniche, ha ripetuto a grandi linee lo stesso schema. Ogni codice di autenticazione ha una struttura ben definita: inizia con una lettera, nella maggior parte dei casi G, poi c’è quasi sempre un 7. I caratteri L, 9, m, 2, $ e # sono sempre presenti, mentre gran parte dell’alfabeto non compare mai.
Non è andata meglio con ChatGPT che inizia molto spesso con v e include quasi sempre una Q in seconda posizione. Gemini piazza invece frequentemente k o K all’inizio, seguita da #, P o 9. Insomma, ci sono tutti gli strumenti adatti per rendere più agevole un attacco brute force.
Apparente complessità, sicurezza illusoria
Con riferimento al concetto di entropia di un codice segreto (approfondimento), secondo i ricercatori dovrebbe attestarsi intorno ai 98 bit per essere considerato sicuro. Per quelli creati con l’AI, la stima è di circa 27.
Appurato che chiedere a un’intelligenza artificiale di farlo è meglio rispetto a scegliere 123456, potrebbe nascondere insidie. Per certi versi, il rischio è ancora più subdolo: l’apparente complessità ci dà una sensazione di sicurezza, ma a conti fatti è un’illusione. Verrebbe da suggerire che digitare casualmente sulla tastiera sia più efficace.
Restando in tema, proprio ieri abbiamo segnalato lo studio di ETH Zürich che ha dimostrato la vulnerabilità dei password manager più utilizzati: Bitwarden, LastPass e Dashlane sono potenzialmente esposti ad attacchi.