Amazon e lavoratori: quello che il New York Times non dice

Uno dei dirigenti del negozio digitale replica punto su punto alle accuse sulle condizioni di lavoro dei dipendenti sollevate nel corso dell'estate dal New York Times. La baruffa monta in una serie di botta e risposta
Uno dei dirigenti del negozio digitale replica punto su punto alle accuse sulle condizioni di lavoro dei dipendenti sollevate nel corso dell'estate dal New York Times. La baruffa monta in una serie di botta e risposta

Amazon è tornata a parlare del reportage del New York Times che puntava il dito contro le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti.

Già immediatamente dopo l’uscita del pezzo, Jeff Bezos era intervenuto rivolgendosi ai propri dipendenti, invitati a leggere il discusso articolo, definito una raccolta aneddotica di episodi al limite, e chiedendo loro se si riconoscessero in quanto raccontato.

Ora in maniera ancora più generale, Amazon torna sull’argomento con l’intenzione di riprendere le accuse precedentemente mosse nei confronti dei giornalisti e ribattendo alle varie testimonianze degli ex impiegati scontenti di Amazon.
A prendere la parola è stato Jay Carney, senior vice president per gli affari internazionali di Amazon, con un post dal titolo “Quello che il New York Times non ti dice”.

Nel lungo commento ospitato su Medium Carney cerca di smontare le singole accuse mosse nel reportage , dall’anonimato del sistema di commenti sui propri colleghi (che il manager Amazon dice non essere affatto anonimo), ai racconti di un dipendente che parlava di quattro giorni senza dormire (a quanto pare lui stesso avrebbe spiegato che si trattava di una scelta personale legata soprattutto ad una rottura sentimentale).

Carney, poi, è soprattutto passato al contrattacco cercando di smontare la credibilità dei singoli testimoni del giornale: ha portato a testimonianza le proposte di promozione presentate per esempio al dipendente che le lamentava la mancanza nonostante l’impegno profuso, ma soprattutto ha sottolineato come Bo Olson, ex dipendente tra le principali fonti del pezzo, sia stato licenziato alla fine di un’investigazione interna da cui era emerso il suo tentativo di derubare i venditori associati di Amazon falsificando il registro vendite.

In generale, poi, Carney sottolinea come il New York Times non abbia ben contestualizzato le testimonianze raccolte, adottando aprioristicamente un punto di vista sensazionalistico: insomma, se avesse scelto un approccio più moderato probabilmente sarebbe stato più fedele alla realtà e magari non avrebbe permesso al pezzo di guadagnare le prime pagine.

Mentre diversi osservatori hanno criticato l’ utilizzo di informazioni personali per screditare e ribattere alle accuse , anche il New York Times non ha lasciato cadere il colpo: ha risposto all’azienda di Jeff Bezos il caporedattore Dean Baquet, secondo cui, pur avendo Carney il pieno diritto di pronunciarsi,l’articolo costituirebbe “un lavoro onesto di investigazione e un serio processo di analisi”. Carney, che a sua volta ha risposto a Baquet, non esita a manifestare dubbi riguardo alla necessaria verificate dei racconti dei dipendenti sentiti dal quotidiano statunitense.

Claudio Tamburrino

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