Amina Arraf, storia di un fake pericoloso

La blogger siriana non esiste. Dietro c'è un educatore scozzese. Polemiche per la superficialità mostrata dalla stampa mainstream nel verificare la notizia. Eppure la soluzione al mistero è giunta proprio dalla Rete
La blogger siriana non esiste. Dietro c'è un educatore scozzese. Polemiche per la superficialità mostrata dalla stampa mainstream nel verificare la notizia. Eppure la soluzione al mistero è giunta proprio dalla Rete

Non solo non è stata arrestata e imprigionata in un luogo nascosto: Amina Arraf, la blogger sparita qualche giorno fa in Siria, è in realtà una persona che non esiste. Detto in termini ormai comuni, si è tratta di un vero e proprio fake.

I dubbi sulla reale identità dell’autore del blog “A Gay Girl in Damascus” erano cominciati a circolare subito dopo la notizia della scomparsa della donna. Il Wall Street Journal , in primis , aveva sollevato perplessità in merito alle immagini pubblicate raffiguranti, in realtà, una donna residente a Londra di nome Jelena Lecic .

La verità è ora venuta a galla suscitando non poche polemiche unite a disappunto . La confessione arriva direttamente dal blog , fonte dal quale ha avuto origine il caso “Amina”. L’autore dei post che in pochi mesi hanno creato una vera e propria icona dei diritti civili in Siria si chiama Tom MacMaster, educatore scozzese, il quale è riuscito a creare un’identità virtuale fasulla e allo stesso tempo credibile grazie alla collaborazione di sua moglie , l’attivista statunitense Britta Froelicher.

“Non mi aspettavo un tale livello di attenzione. Mentre la voce narrante era un prodotto della finzione, i fatti narrati nel blog sono veri e non artefatti. Non pensavo di poter danneggiare qualcuno, sento di aver dato vita a una voce importante che sostiene cause a cui mi sento fortemente vicino”: in questo modo MacMaster solleva il velo di mistero sulla scomparsa e sulla reale identità dell’autore del blog, sottolineando come questa storia mostri ancora una volta la superficialità con la quale i media occidentali si rivolgono alle storie provenienti dai teatri di guerra del Medioriente.

Le reazioni generate dalla vicenda contengono sollievo misto a rabbia : per sapere che, dunque, nessuna blogger dissidente di nome Amina è stata arrestata dall’esercito di Assad, e per il timore che una montatutura simile possa aver messo in serio pericolo la già precaria sicurezza dei veri attivisti che quotidianamente rischiano di essere arrestati e torturati a causa della loro militanza anti-regime portata avanti in Rete.

Jillian York, direttore di The Electronic Freedom Foundation , non esita a definirsi “furiosa” per il lavoro inutile procurato alla diplomazia internazionale e a molti giornalisti subito scesi in campo per fare chiarezza sulla faccenda. Quest’ultima ha trovato risoluzione grazie all’ attenzione di Andy Carvin , giornalista di NPR, il quale, dopo l’esplosione del caso, si è messo alla ricerca delle persone che avevano conosciuto la donna scomparsa. Il risultato delle ricerche ha portato alla luce un complesso sistema di contatti costruito in Rete e, in ultimo, alla scoperta di Tom MacMaster come autore.

Non c’è dubbio che il caso della fantomatica “Amina Arraf” abbia notevolmente rispolverato due questioni cruciali derivanti dalla massiccia diffusione dei nuovi media: la qualità del giornalismo “tradizionale” e le condizioni della privacy offerte da certi network sociali, Facebook su tutti. La notizia della scomparsa della blogger siriana è rimbalzata sui maggiori organi di informazione occidentali, dal Guardian al New York Times , senza che si procedesse effettivamente all’acertamento dell’accaduto .

Inoltre, nel corso di un’ intervista alla BBC, Jelena Lecic (le cui fotografie sono state prelevate dal suo profilo Facebook per poi essere affiancate, a sua insaputa, al nome di Amina Arraf) si è detta turbata e incredula per aver visto circolare la sua immagine in tutto il mondo in relazione a una vicenda alla quale è sempre stata estranea.

Cristina Sciannamblo

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