Anatomia di un selfie: a chi interessa davvero?

Il fenomeno selfie, esploso con l'avvento e la crescita delle piattaforme social, fotografa ciò che siamo e ancor più ciò che vorremmo essere.
Il fenomeno selfie, esploso con l'avvento e la crescita delle piattaforme social, fotografa ciò che siamo e ancor più ciò che vorremmo essere.

L’autoscatto o autoritratto è divenuto selfie con l’avvento dei social, con la perenne disponibilità a portata di mano di una vetrina in cui esporre l’immagine di noi stessi e che desideriamo veicolare agli occhi altrui. Ha assunto la valenza della raffigurazione di chi siamo, o meglio, di ciò che desideriamo gli altri pensino di noi, alterata e ritoccata talvolta in egual modo dai filtri bellezza dell’intelligenza artificiale e dalla nostra umana vanità.

Cos’è un selfie (per davvero)?

Pur svestito della nobile funzione di autoritratto, il fenomeno è senza dubbio affascinante, si presta ad essere indagato attraverso chiavi di lettura o interpretazioni dalla natura diametralmente opposta: da chi “un selfie non ha mai fatto male a nessuno” a chi invece “è roba per esibizionisti”, con tutte le sfumature del caso nel mezzo. Ciò che nessuno può negare è come attivare la fotocamera frontale dello smartphone, inquadrarsi e immortalare la propria immagine per poi darla in pasto a centinaia o migliaia di persone spesso perlopiù sconosciute, abbia oggi assunto un valore andato ben oltre quello della semplice fotografia usa-e-getta.

Un selfie è la versione 2.0 del fiabesco “specchio, servo delle mie brame” in cui trovar rifugio per alimentare il proprio ego. È il mezzo di cui disponiamo a costo zero per urlare nel megafono della grande Rete dove siamo, in compagnia di chi e cosa stiamo facendo, quali sono le nostre passioni, cosa ci importa davvero, a tal punto da metterci la faccia. Letteralmente. Non lo ammetteremo mai, ma un selfie è spesso il modo più semplice e diretto per entrare a gamba tesa nella quotidianità degli altri, richiamare la loro attenzione e far sapere quanto la nostra vita sia invidiabile: guardami, sono felice, tu probabilmente meno.

Non ci interessa

Lo afferma lo studio The Selfie Paradox pubblicato nel 2017 dai ricercatori della Ludwig Maximilians University di Monaco, che dopo aver interpellato un campione di intervistati sono giunti a una conclusione tanto semplice da comprendere quanto difficile da interiorizzare: nessuno vuol vedere i nostri selfie, tranne noi. Pensate seriamente che in un torrido pomeriggio di metà settimana, nel cuore di agosto e magari con il retrogusto amaro del ricordo di ferie ormai alle spalle, peggio ancora se costretti al lavoro, la cosa desiderata più di ogni altra sia veder comparire i vostri aperitivi in completo relax o quanto vi sta bene quel bikini in riva al mare?

E sì, un selfie è anche un vezzo solo apparentemente innocente, identificativo di come col tempo abbiamo rivisto le modalità di utilizzo della nostra immagine. Una decina di anni fa avreste appeso in pubblica piazza una vostra foto in costume? Farlo oggi ci pare gesto quasi privo di qualsiasi conseguenza poiché spogliato della sua componente fisica e tangibile, ma nell’era della condivisione a ogni costo di tutto e tutti è l’indizio di come forse, ci costa ammetterlo, quel Mark Zuckerberg che tempo fa etichettava come sopravvalutato il concetto di privacy ci avesse visto lungo.

Propaganda postmoderna

Ultimo, ma non meno importante, un selfie può essere strumento di propaganda, tanto che per restare nel contesto nostrano una delle più alte cariche dello Stato si è guadagnato un epiteto (che qui non ripeteremo) proprio per la sua propensione a mettersi continuamente in mostra, circondato dai supporter e idolatrato dai follower. Se poi il selfie del nostro rappresentante arriva da una spiaggia, in costume, presumibilmente post-aperitivo, la combo è servita.

Un selfie può però anche svolgere la funzione di ricordo, una di quelle fondamentali attribuite alla tecnica fotografica fin dalle sue origini. Può costituire un’immagine a cui affidare la memoria di un momento, da custodire e condividere solo con chi riteniamo lo meriti davvero. Tutto dipende dalla consapevolezza che se ne ha, dalla valenza che si attribuisce a quel gesto solo in apparenza innocente e scontato. Detto questo, sappiate che una volta risvegliati da questo stato di torpore narcisista inizieremo finalmente a pesare i like lasciati alle vostre duck face con la bilancia del nostro buonsenso.

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