Caccia ai pirati inseguendo un watermark

Un'azienda inglese ha annunciato una nuova tecnologia per la protezione della musica digitale basata sul watermarking e, a quanto pare, al momento inviolabile. L'industria osserva con (molto) interesse
Un'azienda inglese ha annunciato una nuova tecnologia per la protezione della musica digitale basata sul watermarking e, a quanto pare, al momento inviolabile. L'industria osserva con (molto) interesse


Cambridge – Non passa mese in cui le potenti associazioni dei discografici, dalla RIIA all’IFPI, non rilascino bollettini di guerra sulla pirateria che riportano cifre e dati sulle ingenti perdite che questa causerebbe alle loro casse. E non passa giorno in cui qualcuno non annunci la tecnologia anticopia definitiva. L’unica cosa certa, in questo settore, è che in ballo ci sono interessi economici enormi.

Quello della distribuzione di musica digitale e di altri contenuti multimediali più in generale è un mercato esplosivo, e chi riuscirà anche soltanto ad accodarvisi, potrà campare di rendita per un bel po’ di tempo. L’esempio più noto è quello di Macrovision , società nota soprattutto per aver sviluppato la protezione dei DVD Video: nonostante i film su DVD siano ormai facilmente copiabili quasi da chiunque, Macrovision continua a riscuotere profumate royalty dall’industria cinematografica. Non stupisce, dunque, il grande impegno con cui aziende più o meno piccole e più o meno note stanno tentando di proporre ai colossi di Hollywood e a quelli discografici soluzioni proprietarie di nuova generazione per la protezione dei contenuti digitali; protezioni spesso definite “a prova di cracker”.

Nello stretto cerchio delle candidate a spartirsi la futura e ricca torta dei diritti sulla distribuzione della musica digitale, si inserisce ora anche una società inglese, la Cambridge Consultants (CCL). Questa ha annunciato di aver messo a punto una tecnologia di watermarking audio in grado di superare tutti i limiti fino ad oggi incontrati da questo tipo di soluzione.

Il watermark è essenzialmente una sorta di filigrana (o firma) digitale che viene inserita con varie tecniche di codifica (LSB, Phase, Spread Spectrum, Echo Data Hiding, ecc.) all’interno di contenuti digitali come immagini, video e audio. Nel caso di un CD audio, il watermark ha il compito di identificare univocamente un CD attraverso la codifica, all’interno del flusso audio, di un codice nascosto: la tecnica di codifica utilizzata deve da un lato garantire la resistenza alle tecniche di cracking più evolute, e dall’altro preservare quanto più possibile la qualità della musica.

Il watermarking, di fatto, non fa nulla per impedire che un CD o un file audio compresso possa essere copiato: per questo motivo viene considerato un meccanismo di protezione “passivo”. Il suo scopo, a differenza delle tradizionali tecnologie anticopia oggi adottate su numerosi CD audio, è identificare univocamente un contenuto digitale anche quando questo viene copiato svariate volte e subisce molti processi di degradazione (derivanti, ad esempio, dalla compressione lossy): in questo modo è sempre possibile risalire al legittimo proprietario.

Il watermarking potrebbe divenire una tecnologia chiave per la distribuzione di musica attraverso Internet: in questo caso, infatti, è possibile integrare “al volo” un watermark personalizzato all’interno di un file compresso che tenga ad esempio conto dei dati, come quelli ottenibili dalla carta di credito, utilizzati dall’utente per fare l’acquisto. Per quanto riguarda i CD, l’uso dei watermark potrebbe essere limitato agli album in versione promo inviati a persone o società facilmente identificabili, come radio, deejay, giornalisti, ecc.

“Ogni precedente tentativo di creare un watermarking affidabile è fino ad ora fallito”, ha affermato Simon Long, development engineer presso CCL. “Ad oggi, il watermarking è stato assediato da un certo numero di problemi all’apparenza insormontabili. Questi includono la garanzia che il watermark audio non possa essere udito e che non interferisca con la qualità del suono, la garanzia che sia in grado di codificare una quantità sufficiente di dati per l’identificazione della musica, e la garanzia che il watermark possa essere recuperato persino dopo che l’audio è stato notevolmente alterato o attaccato dagli hacker”.

Ed ecco dunque cosa promette il watermarking di CCL, una tecnologia su cui anche Microsoft sta lavorando sodo.


CCL proclama di aver sviluppato una soluzione di watermarking in grado di soddisfare tutti i requisiti del mercato: il suo watermark, protetto da un algoritmo crittografico, sarebbe assolutamente “trasparente” anche alle orecchie degli audiofili più allenati e, caratteristica altrettanto essenziale, sembrerebbe in grado di “sopravvivere” anche alle più forti alterazioni, come quelle introdotte dai metodi di compressione a perdita di dati (MP3, WMA, OGG, ecc.) e ai più sofisticati attacchi di cracking.

“Abbiamo scoperto – ha detto Long – che perfino il team di CCL che lo ha sviluppato è incapace di rimuovere il watermark audio”.

Quelle di CCL non sembrano soltanto chiacchiere. L’azienda ha infatti annunciato di aver già venduto la propria soluzione di watermarking ad Activated Content Corporation (AAC), una società che offre già soluzioni commerciali agli studios di registrazione e alle maggiori etichette discografiche, e che si avvarrà della tecnologia di CCL per fornire all’industria discografica una piattaforma sicura per la distribuzione della musica (sia su supporti fisici che elettronici).

E non è detto che la tecnologia di CCL non possa in futuro venire adottata anche dall’industria cinematografica. L’azienda sostiene infatti che il suo watermark può essere inserito all’interno delle tracce audio dei film. Questo, secondo CCL, potrebbe dare la possibilità ai produttori di assegnare copie personalizzate di un film ad ogni cinema: a partire da una copia “piratata” sarebbe così possibile risalire, secondo gli esperti, al cinema che l’ha messa in circolazione.

Fra le molte aziende che in questi anni si sono occupate di watermarking vi è anche Microsoft. Proprio lo scorso anno il big di Redmond ha svelato di essere impegnata nello sviluppo di una tecnologia di watermarking audio basato sulla tecnica “spread spectrum”, un metodo di codifica del segnale che si preoccupa, in questo caso, di sparpagliare casualmente la filigrana digitale all’interno del clip audio variando costantemente la frequenza. Ed il risultato, anche in questo caso, sarebbe una protezione – le virgolette rimangono un obbligo – “a prova di crack”.

Microsoft, che sta ancora mettendo a punto la propria tecnologia, potrebbe avvalersi del watermarking nelle future versioni della piattaforma Windows Media o renderlo parte integrante di Palladium.

Il watermarking è anche alla base di un servizio lanciato lo scorso anno dall’Association of Musical Electronics Industry (AMEI) giapponese attraverso cui i musicisti possono proteggere il copyright dei propri brani musicali rilasciati in formato MIDI.

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18 09 2002
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