California, niente mandato per il cellulare

Arresto e perquisizione: in California non si fa nessuna distinzione tra un cellulare e un qualsiasi altro oggetto rinvenuto addosso al sospettato

Roma – Per frugare in un cellulare dopo un arresto non vi è bisogno di un mandato. Almeno secondo la Corte Suprema della California.

Nel caso specifico gli agenti, dopo l’arresto del sospettato Gregory Diaz per spaccio di droga, avevano provveduto a controllare i messaggi inviati dal cellulare : pratica da sempre vista nei film polizieschi, prima dell’avvento dei cellulari risalendo all’ultimo numero chiamato o con i messaggi registrati in segreteria, in seguito con il controllo degli ultimi numeri composti e gli SMS scambiati. Proprio come nei film la polizia aveva rivenuto un messaggio che confermava i sospetti: in esso il sospettato sembra fissare proprio il prezzo di sei pillole di ectasy.

Il rilevamento delle prove contenute in un cellulare sulla scena del crimine, finora, era oggetto di dibattito: non era chiaro se si dovesse disporre di un mandato per ispezionarlo o se, alla stregua delle prove materiali che possono essere raccolte dalla scientifica, come gli effetti personali rivenuti nei pressi del sospettato, potesse essere analizzato dagli inquirenti senza dover prima affrontare la burocrazia.

Secondo la sentenza della Corte Suprema ora anche le chiamate effettuate dal cellulare devono essere considerate effetti personali “immediatamente associati con la persona sospettata”. A farlo rientrare nella categoria, le dimensioni che lo associano direttamente con altri oggetti di uso comune come un pacchetto di sigarette o la scatola di cerini, indizio classico di polizieschi d’annata.

La decisione del tribunale non è stata però unanime: secondo una delle opinioni di minoranza , quella redatta dal giudice Kathryn Werdegar, le informazioni contenute nei cellulari dovrebbero essere accessibili solo con un mandato se non si vuole violare il quarto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello cioè che difende da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli. Per giunta, una volta nelle mani della polizia ci sarebbe tutto il tempo per ottenere il mandato necessario.

Come spiega la tesi della difesa, un cellulare, a differenza degli altri oggetti “immediatamente associati alla persona sospettata”, contiene numerosissime informazioni personali e per questo non dovrebbe essere liberamente accessibile da parte dei poliziotti. E la Corte Suprema avrebbe dovuto considerare nella sua decisione le conseguenze dell’evoluzione tecnologica.

Claudio Tamburrino

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