Canada, razzismo punito con l'interdizione dal web

Agiva nella rete dell'odio, si scagliava contro le minoranze: una corte canadese l'ha condannato. Quattro mesi di carcere e niente Internet
Agiva nella rete dell'odio, si scagliava contro le minoranze: una corte canadese l'ha condannato. Quattro mesi di carcere e niente Internet

Inneggiava alla supremazia della razza bianca, si scagliava contro le minoranze, dileggiava gli omosessuali alimentando la rete dell’odio : la polizia canadese lo ha arrestato, la corte suprema della Columbia Britannica lo ha condannato a quattro mesi di reclusione. E a tre anni di interdizione dall’uso di Internet.

Revisionismo, odio e propaganda, teorie pseudoscientifiche volte a inoculare nei netizen l’idea di una categorizzazione naturale delle razze: Bill Nobel scatenava la propria fiammeggiante dialettica in rete. Animava forum dedicati alla supremazia della razza bianca, gestiva un blog nel quale postava per “assicurare la sopravvivenza della razza e per dare un futuro ai bambini bianchi”.

Le esternazioni di Nobel e la sua attività sul web, in particolare dal 2003 al 2005 , non erano sfuggite al Simon Wiesenthal Center , l’associazione che si erge a tutela dei diritti delle minoranze dentro e fuori dalla rete: la segnalazione è stata inoltrata alle forze dell’ordine, Nobel è stato accusato di aver diffuso propaganda razzista.

Nobel assicurava che il suo sito e la sua attività in rete fossero legali al cento per cento. Il giudice l’ha condannato ugualmente e anche in modo pesante. “Sono quattro o cinque in tutto il Canada i casi in cui una persona è stata giudicata e condannata per aver diffuso l’odio su Internet” ha spiegato un ufficiale della polizia. Ma l’azione di Nobel non sarebbe potuta passare inosservata, soprattutto alla luce della stretta che il Canada ha operato in materia di reati d’opinione commessi per mezzo della rete.

La rete dell’odio dilaga , il Wiesenthal stima siano 7mila i siti, i profili , i video e i forum nei quali si brandisce la libertà di espressione contro individui ridotti a stereotipi e costretti in categorie. È una tendenza che, spiegano dal Center, va tenuta a bada senza sconfinare nella compressione delle libertà individuali: “Non è una questione di censura – ha chiarito Leo Adler, un altro esperto del centro – è questione di rendersi conto che gli atti di odio, di terrorismo, i genocidi e altre atrocità cominciano sempre con delle parole, una dinamica involutiva a cui i canadesi si opporranno sempre con forza”.

Gaia Bottà

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06 02 2008
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