Cancellata la Laurea? Roba da matti

Un ex studente del Corso di informatica dell'Università di Perugia cancellato per mancanza di fondi, oggi al CERN, torna sull'argomento: decisione assurda
Un ex studente del Corso di informatica dell'Università di Perugia cancellato per mancanza di fondi, oggi al CERN, torna sull'argomento: decisione assurda


Roma – Apprendo oggi da P.I. , e con totale sorpresa, della cancellazione della laurea specialistica in Informatica di Perugia, e della possibile cancellazione anche della triennale.

Io provengo proprio da quel corso triennale. Mi sono “laureato breve” nel 2003. Da allora vivo e lavoro in Svizzera, all’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare. Il CERN, sì, quello di “Angeli e Demoni” di Dan Brown (anche se è un po’ diverso da come lo immagina lo scrittore). Un altro cervello in fuga, e questa notizia non fa che rassicurarmi nella mia scelta.

Ricordo bene, per la conoscenza e la frequentazione di diversi membri del consiglio di corso di informatica, il lungo e acceso dibattito che ha preceduto l’attivazione della specializzazione. Ricordo le speranze, i mille ripensamenti, il duro lavoro per affermare il valore del corso di informatica nella facoltà di scienze perugina. Una facoltà in cui è stato necessario battersi anche solo per far aggiungere all’entrata del “dipartimento di matematica” le parole “e informatica”. Una facoltà che, nonostante resistenze irrazionali e di stampo massonico da parte di molti, ha finalmente affermato il valore dell’informatica non solo come serva tecnologica di altri, ma come scienza di ricerca, degna di formare non solo dei bravi professionisti ma dei ricercatori preparati, con solide basi teoriche, e competitivi nel panorama accademico mondiale.

Forse si tende a ignorarlo, ma nonostante si faccia di tutto per demolire la preparazione universitaria, gli italiani sono tuttora considerati nel mondo fra i migliori laureati. Quando al CERN c’è da scegliere uno studente per gli stage estivi, la lista di quelli italiani è la prima ad esaurirsi. Gli americani, per dire, in genere avanzano.

Purtroppo tutto ciò non ha alcuna importanza nella nuova era della comunicazione e del marketing. Siamo arrivati al punto in cui sembra normale che per lodare un corso di laurea se ne lodino i collegamenti con l’industria e il mercato. Non sono certo contrario alle ricadute commerciali dell’università, capiamoci, ma forse molti non si rendono conto del pericolo mortale che la ricerca corre se la si valuta principalmente in termini economici.

La ricerca è fondamentalmente progresso della conoscenza. Risponde a un bisogno primario dell’uomo, quello di esplorare, di allargare gli orizzonti della conoscenza. Non è volgare prostituta delle tecnologie. Non può e non deve essere giustificata economicamente. Il suo valore è soprattutto altro. Crea cultura. Crea istruzione. Crea progresso. Deve essere degna di esistere e svilupparsi in sé. Deve essere parte del bilancio degli investimenti di una nazione civile non perché porti a invenzioni come la TV digitale, ma perché permetta di realizzare cose come il telescopio spaziale. Poi ben venga la TV digitale come ricaduta delle tecnologie magari usate per il telescopio, ma non dev’essere quello il fine; la ricerca, per essere degna di questo nome, non deve avere padroni, soprattutto della specie di quelli che la gestiscono come un reparto aziendale (mi riferisco segnatamente al nostro attuale ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca) decidendo chi e come è degno di essere “tagliato” perché non ha un ritorno economico soddisfacente. Rabbrividisco all’idea dei corsi “sponsorizzati”, non solo per la logica che sottendono, ma perché non ce ne dovrebbe essere bisogno.

Tutte le mie considerazioni, me ne rendo conto, si scontreranno con il cinismo e con il lasciar vivere a cui ci siamo dovuti giocoforza abituare noi italiani. Quegli stessi atteggiamenti che faranno accettare che i dipartimenti dell’UniPG scendano da 45 a 29 (tremo all’idea di cos’altro sia saltato nell’area umanistica, che tipicamente rende ancora meno…) come un fatto normale: “Eh, se i soldi non ci sono, d’altra parte…”.

Gente, io qui ve lo dico francamente: i laureati (almeno per ora) saranno anche buoni, e l’Italia ci sta campando di rendita. Ma la gente, da fuori, ci guarda confusa, un po’ divertita e un po’ compassionevole. Se proprio devo ragionare in termini economici, forzandomi a farlo, posso dire che ci stiamo dando la zappa sui piedi.

A pensare così si resta indietro, i laureati tra poco non saranno più così eccellenti, e chi ne farà le spese sarete tutti voi. Non i membri di questo o del prossimo governo, che bene o male hanno tutti delle rispettabili professioni e, ormai, anche una pensione da parlamentare. Per questo dico che quando succede qualcosa del genere, non la si può lasciar correre come una qualsiasi decisione politica che “avrà avuto le sue ragioni”. È solo l’inizio del forte sviluppo negativo a cui andiamo incontro.

Io, per me, quando qualcuno mi chiede “ma è vero che in Italia…”, non posso che fare spallucce e scuotere la testa. Ma mi si vela lo sguardo, ogni volta, e il topo che ho nello stomaco si vergogna anche lui.

Un abbraccio a tutti gli studenti che si sono visti sparire il corso da sotto i piedi. Coraggio, sopravviverete. E un giorno, quando nonostante tutto terminerete i vostri studi, vi guarderete intorno e penserete “Ma sai cosa? Io me ne vado via”. Anche voi. E quando vi chiederanno: “Pensavo di studiare a Perugia, che ne dici?” risponderete “PER CARITÀ DI DIO!!!”, elencando almeno dieci buoni motivi per cui tenersi alla larga da quell’ateneo.

Alla faccia del “ritorno” economico e d’immagine.

Un saluto,
Matteo Risoldi

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30 03 2005
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