Choruss, gli ostacoli del file sharing legale

Avrebbe dovuto rappresentare la soluzione alla condivisione non autorizzata dei contenuti musicali nei campus universitari USA. Il fallimento è colpa dell'attuale, frammentato ecosistema del copyright, dice l'ideatore

Roma – Choruss è storia: il progetto di Jim Griffin doveva eliminare il P2P non autorizzato sui network degli atenei a stelle e strisce, ma il suo ideatore conferma ora che un simile, ambizioso obiettivo non è ancora alla portata di nessuno. La legalizzazione completa del file sharing è ancora di là da venire , dice l’ex-CEO di Warner Music Group , ma si tratta di un evento inevitabile. Prima o poi.

Griffin si assume tutte le colpe del fallimento del progetto Choruss, e spiega di aver preso sotto gamba la complessità del problema. Basato sulla piattaforma Audiogalaxy , il network avrebbe dovuto raccogliere il supporto di tre grandi etichette discografiche inclusa WMG. Per garantire il marchio di “legalità al 100%” al servizio, però, Griffin avrebbe dovuto raggiungere ogni singolo cantautore per stipulare un contratto di revenue sharing per il download dei contenuti musicali.

E invece “non siamo riusciti a trovare nemmeno la metà dei detentori dei diritti d’autore”, dice Griffin, ragion per cui è stato quasi impossibile assicurarsi le licenze necessarie a mettere in piedi l’ambiziosa piattaforma. L’alternativa era correre il rischio di dover affrontare cause legali e richieste di danni monetari esorbitanti.

Dunque Choruss è ufficialmente sospeso, mentre la piattaforma Audiogalaxy si appresta a tornare sotto forma di un servizio di streaming per dispositivi mobile basato su sottoscrizioni a pagamento. Ma Griffin non si dà per vinto e si dice concentrato sulla sua ultima impresa, Onehouse LCC .

L’obiettivo è ambizioso, vale a dire eliminare la frammentarietà del copyright raccogliendo le informazioni su tutti i detentori dei diritti in un database simile al sistema dei domini DNS. Anche se probabilmente ci vorrà “il resto della mia vita”, conclude Griffin, per realizzare questo “sogno”.

Alfonso Maruccia

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  • Jacopo Monegato scrive:
    in africa
    la rete c'è in effetti, quando i miei l'anno scorso sono andati in mali avevano il cellulare che prendeva vodafone dappertutto nelle città e dintorni (anche in vari villaggi) e le chiamate costavano una XXXXXXXta (stranamente) rispetto a qui... in un mese chiamando quas ogni giorno più persone da li (molto diverso se chiamavi loro da qui) hanno fatto fuori più o meno 20 euro, ridicolo rispetto al chiamare in germania o simili.. naturalmente la linea in cavo NON ESISTE però se come minimo il gsm c'è siamo già a un buon punto
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