Cina, Google è stato solo l'inizio?

Gli utenti cinesi non sono contenti dell'addio di Google. Che oltre lasciare mano libera ai censori di stato starebbe anche provocando altri abbandoni eccellenti
Gli utenti cinesi non sono contenti dell'addio di Google. Che oltre lasciare mano libera ai censori di stato starebbe anche provocando altri abbandoni eccellenti

Il turbolento epilogo dell’esperienza di Google in Cina sta condizionando non solo i rapporti diplomatici tra Pechino e gli Stati Uniti, ma anche la percezione generale dei netizen cinesi circa il ruolo ricoperto da BigG fino a qualche giorno fa: le reazioni riportate dalla BBC lasciano trasparire un vago senso di abbandono, di tradimento, da parte di quello che era considerato un baluardo della libertà di espressione capace di eludere, anche se non completamente, la meticolosa censura applicata al Web.

“Andate via, abbiamo Baidu” è solo uno dei molti commenti lasciati sul sito sina.com da utenti risentiti per la decisione di Google. Un malessere generale che ha coinvolto i navigatori di tutta la Cina, compresa l’isola di Hong Kong che in principio sembrava essere una sorta di ultima spiaggia per il search libero di Mountain View: una speranza vana visto il tempestivo intervento del governo centrale per inasprire la censura anche sulla versione locale di Google.

Li Ka-shing, l’uomo più ricco dell’ex colonia britannica e proprietario del provider TOM Online, ha espressamente dichiarato di non essere più intenzionato a usare Google , sia a livello personale che aziendale. Attualmente fra Mountain View è l’ISP asiatico sussiste però un accordo di collaborazione che, secondo un portavoce di BigG, dovrebbe essere comunque rispettato.

Lo switch da google.cn a google.com.hk è stato subito giudicato come “un gesto irresponsabile” dalle autorità cinesi e gli effetti di eventuali blocchi o malfunzionamenti di una o più parti dell’ecosistema Google in Cina sono stati raccolti in una pagina appositamente dedicata alla questione: al momento YouTube e Blogger risultano essere completamente inaccessibili , mentre sono segnalati alcuni disservizi su Picasa, Docs e Groups. Sono in funzione, almeno in apparenza, Gmail, Search e News.

Pechino d’altronde aveva da subito minacciato ritorsioni di questo genere nel caso in cui Google non si fosse piegata alle sue richieste: così facendo sarebbe quindi emersa in tutto il suo splendore l’etica comportamentale dell’amministrazione cinese, la cui autoritarietà potrebbe spingere, secondo gli addetti ai lavori, altre aziende occidentali a ritirarsi dal grande mercato asiatico per non dover più sottostare alle sue norme.

Attualmente però sono pochi i casi in cui si sia palesata questa intenzione: tra questi, il registrar GoDaddy ha manifestato l’intezione di seguire le orme di BigG. Durante una riunione amministrativa è stato deciso di non accogliere più richieste di registrazioni provenienti dalla Cina , in risposta a quella che viene giudicata “l’eccessiva mole di dati che il richiedente deve fornire per completare la registrazione”.

Ai partenti potrebbe aggiungersi presto anche Dell . Stando infatti a quanto dichirato dal primo ministro indiano Manmohan Singh subito dopo un incontro con il presidente dell’azienda statunitense, la necessità di stringere accordi con altri partner commerciali al fine di garantire sistemi di produzione più efficienti, anche per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente, potrebbe spingere Dell a trasferire le proprie fabbriche dall’altra parte dell’Himalaya.

Giorgio Pontico

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25 03 2010
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