Cina, Google se ne va

BigG annuncia la chiusura dei suoi uffici cinesi e attualmente sta reindirizzando tutto il traffico sul dominio di Hong Kong. Una mossa che non piace a Pechino, che provvede a filtrare anche il nuovo search
BigG annuncia la chiusura dei suoi uffici cinesi e attualmente sta reindirizzando tutto il traffico sul dominio di Hong Kong. Una mossa che non piace a Pechino, che provvede a filtrare anche il nuovo search

Reindirizzando tutto il traffico verso Hong Kong, Google ha iniziato la sequenza di shut down delle proprie operazioni in Cina, in risposta alla decisione del governo di Pechino di non voler allargare le maglie della censura di stato che negli ultimi quattro anni aveva costretto BigG a vestire i panni del collaborazionista. Ora, una volta collegati a google.cn , si viene subito reindirizzati verso google.com.hk , da cui dovrebbe essere possibile accedere ai servizi News, Images e Search senza che vengano restituiti risultati filtrati ad hoc .

Sin dai momenti immediatamente successivi alla notizia dell’ intrusione nei suoi sistemi da parte di cracker cinesi, Google aveva manifestato la volontà di cambiare la propria strategia sul vasto mercato asiatico, intavolando una serie di discussioni con le autorità di Pechino al fine di trovare un accordo attraverso il quale fornire ai cittadini cinesi gli stessi servizi attualmente fruibili pressoché in tutto il resto mondo.

Dopo il secco “no” da parte del governo, tutto sembrava far presagire una fuoriuscita di BigG dalla Cina, nonostante la perdita di 600 milioni di dollari pronosticata dagli analisti finanziari . Così è stato: gli uffici di Google vedranno notevolmente ridimensionata la propria attività in vista di una chiusura completa delle operazioni , che dovrebbe avvenire il 10 aprile.

Dall’altra parte della barricata le reazioni ufficiali si mescolano con quelle che sembrano essere le prime contromosse del governo . L’agenzia di stampa Xinhua parla di “errore gravissimo”, mentre Reuters ha raccolto diversi commenti negativi, e preoccupati, espressi da alcuni lavoratori del distretto tecnologico di Pechino, secondo i quali non si tratterebbe di una decisione saggia “perché il governo non impiegherà molto tempo per bloccare l’accesso a Google in toto”.

Nonostante Sergey Brin sia convinto che lo switch su Hong Kong costituisca un passo importante per i netizen cinesi, fonti locali riportano già dell’impossibilità di risolvere alcune query sensibili sul “nuovo” dominio per chi risiede in Cina: segno che la mano censoria del governo è già intervenuta per sedare ogni minimo tentativo di libera ricerca di informazioni, limitando le funzionalità di tutti i siti di Google all’interno del proprio territorio.

Giorgio Pontico

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23 03 2010
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