Il complottismo fa guadagnare i complottisti

Il complottismo rende perché raccoglie attenzione, produce pagine viste e monetizza l'advertising: ecco come si finanzia chi cavalca l'indignazione.
Il complottismo rende perché raccoglie attenzione, produce pagine viste e monetizza l'advertising: ecco come si finanzia chi cavalca l'indignazione.

Quanto può rendere la disinformazione? Molto. I meccanismi che portano flussi di traffico verso le fake news, infatti, resistono nonostante l’attrito con social network e motori di ricerca, inoltre l’adv rappresenta un canale di monetizzazione percorribile e ciò tramuta la falsa notizia in vero denaro. La benzina gettata sul fuoco dell’indignazione, soprattutto in tempo di rabbia soffocata e di emergenza sanitaria, diventa dunque una importante occasione di guadagno.

Quanto rende il complottismo?

Secondo un report citato da Bloomberg, l’84% dei siti cospirazionisti legati all’emergenza sanitaria in corso hanno sulle proprie pagine pubblicità derivante dai canali Google. Le stime del report, firmate dal Global Disinformation Index, raccontano una storia sufficientemente chiara: la quasi totalità dei 49 siti cospirazionisti monitorati aveva sulle proprie pagine pubblicità Google, la quale rende ad ognuno qualcosa come 135 mila dollari al mese. Non male, se si pensa che il tutto non si basa su giornalismo e verifica, ma su falsi conclamati e teoremi privi di dimostrazioni alcune.

Ne consegue che pubblicità di grandi telco finiscano su pagine che parlano di legami tra la pandemia e il 5G, oppure che pubblicità di Microsoft 365 finiscano su pagine dove si cerca di dimostrare un legame tra Bill Gates e l’origine del virus a scopi di lucro sulla diffusione dei vaccini.

Com’era facile sospettare, insomma, cavalcare l’onda dell’indignazione è estremamente conveniente: mentre si consolida la convinzione per cui sia conveniente anche dal punto di vista politico, ora è dimostrato quanto sia conveniente dal punto di vista economico. Il fenomeno è legato al click facile dei complottisti, alla viralità dei teoremi del complotto ed in generale al forte traffico che si può fare – a basso costo – solleticando la rabbia e le fragilità di un fronte sempre più ampio di utenti.

Secondo il report citato, Google avrebbe posto in essere, almeno a livello teorico, forti strumenti per far sì che l’inserzionista possa bloccare taluni siti, tuttavia gli automatismi sembrano dimostrare come concretamente il tutto si tramuti in un nulla di fatto. Ciò non esplica la possibilità per cui Google possa essere connivente con il complottismo, anzi: lo stesso strumento pubblicitario di Google è destinato a pagarne pegno se non riesce a porre in essere un miglior affinamento e maggiori performance per gli inserzionisti. L’unica cosa certa è che il complottismo è ben remunerato, ben finanziato e attivo più che mai. Nell’interesse di qualcuno e – si può leggere tra le righe – nell’impotenza di tutti.

Se poi si considera come tutto il denaro “fatturato” dall’industria delle fake news (perché di industria si può parlare), allora appare evidente il danno contingente per il mondo dell’informazione. Un problema non indifferente, insomma, che si può facilmente tracciare sulla scia del “follow the money“.

Fonte: Bloomberg
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01 06 2020
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