Contrappunti/ Il fascino di stare a casa

di M. Mantellini - Il telelavoro non è un capriccio di un dipendente che non ha voglia di prendere l'auto. È un approccio moderno a un mercato del lavoro davvero globalizzato

Londra – G. lavora per una grande società Internet americana. Gli uffici europei sono qui a Londra a Soho. Un giorno o due alla settimana, quando sua moglie ha degli impegni o i figli sono a casa da scuola G. lavora dal soggiorno di casa propria invece che recarsi fisicamente in ufficio.

B. lo incontro ad una festa: si è trasferito qui a Londra per alcuni mesi. È un americano di Philadelphia, fa l’avvocato. Sua moglie è una storica del medioevo ed hanno un bimbo di 10 mesi. B. è qui al seguito delle ricerche accademiche della moglie e, per un certo numero di ore al giorno, accudisce il piccolo: quando la moglie torna dall’Università, anche grazie al fuso orario, lavora a distanza con i suoi colleghi in USA. Documenti condivisi, pratiche varie, riunioni via Skype quando qua è notte.

I racconti di queste modalità di lavoro a distanza, che io ascolto sempre con un grande stupore provinciale, sono avvolti da quel tono di normalità che riserviamo di solito alle nostre occupazioni più ovvie e ripetitive. Solo che ovvie e ripetitive per me non sono, visto che occorre andarsene all’estero per sentirne parlare.

Le normative per il telelavoro in Italia sono regolamentate da un accordo del 2004, quanto Internet quasi da noi non esisteva. Come molte norme italiane sono scritte per tutelare tutto e tutti, dai datori di lavoro ai sindacati e rimandano poi ai contratti collettivi di lavoro per ulteriori più precise regolamentazioni. Sia come sia il telelavoro in Italia non sembra andare troppo di moda: le statistiche più recenti che ho trovato risalgono al 2009 e parlano di percentuali di telelavoratori attorno al 3 per cento contro il 25 dei paesi scandinavi e il 20 della Gran Bretagna.

La sensazione è che dove il lavoro, spesso per intenzioni alte, è iperegolamentato, simili forme di rapporto, che hanno in buona parte base fiduciaria e modalità di attuazione elastiche, non funzionino e non possano funzionare. In un paese dove poi Internet è derisa e offesa ogni santo giorno men che meno. Nello stesso Paese dove il merito è ignorato e buona parte del lavoro anche intellettuale è basato sulla marcatura di un cartellino, non meraviglia che lavorare da casa sia una modalità poco praticata, osservata con sospetto da tutti, lavoratori compresi.

Eppure al di là delle molte ragioni che nella società dell’informazione farebbero del telelavoro una scelta logica e razione, non ultime quelle relative ai trasporti e all’inquinamento, le ragioni che maggiormente mi colpiscono in questi piccoli racconti sono quelle della qualità della vita dei lavoratori. Ieri io e G. siamo andati al pub e lui, mentre ci mettevamo d’accordo sull’orario, mi ha detto: oggi pomeriggio lavoro da casa così questa sera alle 7 sono libero. Risparmiare un’ora di viaggio ufficio-casa per andare al pub, una opzione che al datore di lavoro italiano forse non sembrerebbe così solida ma che invece è il presupposto etico di un simile accordo.

B. lavora di notte via Skype, nessuno nello studio legale di Philadelphia si occuperà troppo del fatto che lui è altrove. Oppure quando questo avviene è perché B. e il suo datore di lavoro hanno concordato dentro la loro relazione, condizioni temporanee che soddisfino entrambi e che prevedano per un periodo di tempo il lavoro a distanza. Così B. è a Londra e domani forse trova un biglietto per Wimbledon. Fosse stato italiano per seguire la famiglia per qualche mese si sarebbe dovuto licenziare.

La vita di G. e quella di B. escono migliorate dal telelavoro e sono anche una piccola metafora della possibilità di utilizzare Internet per migliorare le nostre vite anche in ambito lavorativo. Le relazioni professionali del resto non dovrebbero essere il centro attorno al quale ruota ogni cosa. Oppure lo possono essere, a patto che non ci piaccia Londra, che non ci interessi troppo vedere nostro figlio crescere giorno per giorno o che non siamo troppo interessati a bere una birra al pub con gli amici.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • get the cats scrive:
    Lo voglio assolutamente !
    se costa 32 euro me ne compro minimo 3 !ch proXXXXXrino avra dentro per costare cosi poco? una roba cinese?qualcomm ? snapdragon ?
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