Contrappunti/ La barricata degli editori

di Massimo Mantellini - In questa fase storica è necessario distinguere quale sia la tutela degli autori dalle distorsioni al diritto d'autore imposte dalla stessa industria che oggi vuole fermare Google Print. A spese di tutti gli altri
di Massimo Mantellini - In questa fase storica è necessario distinguere quale sia la tutela degli autori dalle distorsioni al diritto d'autore imposte dalla stessa industria che oggi vuole fermare Google Print. A spese di tutti gli altri


Roma – Accade ogni tanto che questioni legali che apparentemente riguardano gli Stati Uniti e le leggi di quel paese si trasformino in faccende che dovrebbero interessare ognuno di noi. Capita più di frequente da quando esiste internet.

In questi giorni, come molti di voi avranno letto, in Usa si sta discutendo, da posizioni ovviamente opposte e con prevedibili ripercussioni legali, sulla liceità di Google Print. Da una parte il grande motore di ricerca di Mountain View che non intende retrocedere nel suo annunciato intento di indicizzare tutti i libri del mondo, dall’altra le associazioni che tutelano i diritti degli autori che, dopo un iniziale tentennamento, oggi marciano compatte nel chiedere la chiusura del progetto per palese violazione dei copyright.

L’idea che sta dietro alla iniziativa di Google è una idea ambiziosa e fantastica. Quella di consentire a chiunque di fare ricerche testuali dentro tutti i libri del mondo. Le modalità di messa in opera di un progetto simile sono, nelle menti dei suoi ideatori, le uniche possibili: farlo e basta. Prendere i libri dalle biblioteche, digitalizzarli e inserirli dentro il proprio database. Un lavoro immenso che oggi in pochissimi possono anche solo immaginare di intraprendere. L’idea dei detentori dei diritti sui testi (sostanzialmente autori ed editori) è invece del tutto differente: quella di sostenere che qualsiasi utilizzo del proprio lavoro debba essere possibile solo dopo opportuna ed individuale autorizzazione.

A questo punto, prima di citare la famosa frase che tutti recitano in queste occasioni, quella del presidente della Motion Picture che nel 1982 disse che “il videoregistratore è per i produttori cinematografici e per il pubblico americano quello che lo strangolatore di Boston è per le donne sole in casa” occorre chiarire quale è l’uso che Google intende fare del materiale sotto copyright che digitalizza. Ad ogni ricerca che interesserà un testo sotto copyright del quale l’autore non abbia espressamente chiesto la rimozione dal database, Google restituirà “solo” alcune informazioni di base. Una versione in jpeg della pagina nella quale il testo è contenuto, la copertina, il titolo e l’indice dell’opera, i link ai siti nei quali sia possibile acquistarne una copia on line. Punto.

Gli autori obiettano che in ogni caso per raggiungere questi scopi, l’intero corpo del loro lavoro viene digitalizzato senza la loro autorizzazione, anche se poi il medesimo testo non viene reso disponibile su Internet se non in misura minima. Google replica che per gli autori si tratta di un nuova opzione commerciale molto interessante poiché chi ricerca il testo poi potrà essere verosimilmente interessato all’acquisto del libro.

A questo punto entra in campo la bilancia. E’ la bilancia, con i suoi due piatti che ci informa su quali siano i diritti prevalenti. Magari insieme a quella benedetta invenzione della legislazione anglosassone che prende il nome di “fair use”.

Il piatto della bilancia dell’interesse pubblico è, nel caso in questione, pesantissimo: lasciando stare la biblioteca di Alessandria e tutti gli altri luoghi comuni che seguono a ruota quando si toccano simili argomenti, la distribuzione della conoscenza è certamente il principale degli scopi della rete Internet. Lo era nelle menti di chi l’ha pensata, lo è oggi, a maggior ragione, in un mondo che è ogni istante sempre più collegato. L’altro piatto della bilancia sembra invece leggero come una piuma. Ciò che gli autori chiedono oggi, portando Google Print in tribunale, è che una corte stabilisca che il copyright, da diritto temporaneo, si sia infine dolorosamente (per tutti noi) e silenziosamente trasformato in un diritto assoluto. Che il “fair use” sia morto e che i diritti privati debbano sempre e comunque prevalere su quelli diffusi.

Non si tratta di una questione di poco conto.

Fra le tante storielle simpatiche che costellano il concetto di proprietà privata ce ne è una che Lawrence Lessig cita spesso e che riguarda le pretese di alcuni contadini americani di molto tempo fa. Quando i primi aerei iniziarono a solcare i cieli costoro chiesero alla Corte Suprema di imporre un diritto di passaggio dei velivoli sopra le loro terre poiché esse, fino ad allora, nell’antico diritto di proprietà venivano intese “from grounds to heaven”, dalla terra fino al cielo.
I giudici risposero che ciò non era possibile perché – scrissero letteralmente – “il senso comune si rivolterebbe all’idea”.

Molto tempo è passato da allora ed il senso comune non se la passa troppo bene. Se così non fosse, casi del genere nemmeno nascerebbero.

Solo il 20% dei libri che Google Print intende indicizzare sono pubblicati sotto copyright e quindi in grado di generare qualche grande o (molto più spesso) piccolo introito per i loro autori. Un altro 20% di questi testi sono di pubblico dominio. Il restante 60% è formato da quell’immensa biblioteca fantasma dei libri che il diritto d’autore, elevato undici volte negli ultimi 50 anni, mantiene fuori dal pubblico dominio ma che, non essendo più pubblicati su carta, non generano un dollaro per nessuno.

Gli autori americani che si sono rivolti ai giudici brillano oggi di quella stessa scarsa lungimiranza che fece affermare a Jack Valenti che il videoregistatore (le videocassette e i DVD sono oggi la maggior fonte di reddito della industria cinematografica americana) era peggio dello strangolatore di Boston e che quindi andava vietato.

Del resto la nostra biblioteca universale non può certo aspettare i piccoli e pretenziosi progetti europei che si dibattono da anni fra molte chiacchiere, ridicoli sciovinismi e nessun risultato concreto. Oppure attendere gli esiti delle abili contromosse commerciali di Yahoo che nel marasma di queste polemiche ha subito annunciato un proprio analogo progetto di digitalizzazione libraria ma, questa volta, “a misura di autore”.

I maligni sentenziano in questi giorni che Google con questa ciclopica iniziativa potrà aggiungere alle proprie pagine tonnellate di nuove pubblicità più o meno testuali. A me pare francamente un prezzo che si possa pagare volentieri.

Resta il fatto che, al di là di un sogno che sembrava ad un passo dall’avverarsi, le incognite che riguardano la temporaneità del diritto d’autore aprono scenari molto preoccupanti. Molto semplicemente: se vogliamo una Internet più grande, più libera e più utile per tutti, il diritto d’autore dovrebbe tornare ad essere quello che era in origine, prima che le grandi lobbies editoriali ne stravolgessero l’essenza: una protezione temporanea e limitata nel tempo. Come ha scritto perfino un foglio non esattamente rivoluzionario come L’Economist qualche mese fa, i quattordici anni originari potrebbero essere un buon punto di partenza.

Massimo Mantellini
Manteblog

I precedenti editoriali di M.M. sono disponibili qui

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23 10 2005
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