Contrappunti/ Ridateci Nilla Pizzi

di Massimo Mantellini - La trimurti ministeriale sorvola sulle esigenze degli utenti, sulle nuove tendenze e le promesse della rete per recitare un copione sanremese in salsa major. Utenti e clienti fuori, grazie
di Massimo Mantellini - La trimurti ministeriale sorvola sulle esigenze degli utenti, sulle nuove tendenze e le promesse della rete per recitare un copione sanremese in salsa major. Utenti e clienti fuori, grazie


Roma – Immagino sarà sfuggita, agli ideatori del Patto di Sanremo, l’ironia intrinseca dell’aver firmato un documento che tratta della distribuzione dei contenuti digitali ai tempi di Internet a margine della più vetusta manifestazione musicale italiana. Una tradizione ogni anno faticosamente rilucidata e servita alla audience televisiva della canzone popolare; un ambito quasi metafisico, nel quale Nilla Pizzi o Iva Zanicchi sono eternamente di moda e Tenco si è appena dolorosamente suicidato.

Non deve meravigliare questa divaricazione fra il mondo che cambia e i firmatari del wishful thinking sulla nuova distribuzione digitale: anzi da un certo punto di vista Sanremo è forse davvero il luogo ideale per simili incontri. Provate a chiedere al Presidente della FIMI se si senta a capo di una organizzazione differente da quella che era 10 anni fa. Come un cantante sanremese interpellato sulla melodia italiana, Enzo Mazza, dopo gli opportuni distinguo, immagino vi risponderebbe che no, nulla è cambiato, che il senso del lavoro dell’industria discografica è rimasto lo stesso.

Sono invece mutate molte cose nella distribuzione musicale dall’affermazione del formato mp3 ad oggi. Un abisso separa ormai la visione degli ascoltatori di musica rispetto a quella dei discografici sanremesi. I primi immaginano il “jukebox celestiale” nel quale tutta la musica del mondo possa infine essere raggiunta, gli altri tentano con qualsiasi mezzo di rendere profittevole ogni singola nota, ogni impercettibile sottofondo.

Altra cosa divertente: come è possibile stipulare un patto senza l?assenso o anche solo la presenza della controparte più numerosa e necessaria della rivoluzione digitale? E? possibile fare i conti senza gli utenti? Sì, è possibile: perché da un punto di vista strettamente tecnico la trimurti Stanca-Urbani-Gasparri, che ha ideato e pensato il documento (e preliminarmente ad esso i lavori della Commissione Vigevano dai quali il patto deriva) starebbe lì a rappresentare (e vi prego di concedermi l?uso del condizionale) gli interessi di ciascun utente dei servizi digitali. La chiamano “democrazia rappresentativa” e questi sono i ministri che tale meccanismo di delega ha partorito.

Non c’è alcuna traccia di innovazione nel Patto di Sanremo. Il documento sarebbe ugualmente potuto essere titolato: “Ridateci Nilla Pizzi”, tanto pervicacemente nega i principi noti che disegnano in tutto il mondo la rivoluzione nella distribuzione dei contenuti in rete. Nulla di serio, insomma: le solite quattro chiacchere fra sodali, che possono togliersi lo sfizio di legiferare a prescindere , un po’ come nella storiella del tizio convinto che decine di pazzi gli si stiano facendo incontro contromano in autostrada.

Accenna il patto di Sanremo ad Internet come strumento di condivisione? Nemmeno un po’: preannuncia anzi, dopo gli ultimi ben riusciti sotterfugi procedurali (ed in barba ad ogni dichiarazione rassicurante pregressa e attuale), una conferma della punibilità penale per il file-sharing. Giustifica poi, avvalora e supporta i sistemi di Digital Right Management, vera foglia di fico per una industria dei contenuti desiderosa di venderci un bene a patto che noi lo si usi “solo un pochino” . Una industria che non possiede oggi, perché semplicemente non esistono, strumenti di controllo tecnologico efficaci per mettere il lucchetto ai propri prodotti e che è costretta ad affidarsi solo allo spauracchio della denuncia penale nei confronti di milioni di persone. Senza riuscire oltretutto a decidersi se trattare i fruitori di musica, film e software come clienti da vezzeggiare o come delinquenti da rinchiudere.

Si occupa il tridente ministeriale di immaginare spazi e modalità per i nuovi artisti in rete? No, perché nemmeno gli artisti esistono, nemmeno l’arte esiste, esistono solo quelli che la commerciano. Gli unici – sembrerebbe – ad avere diritti da accampare, una volta sottolineato il dovere ovvio dell’utente di essere consumatore pagante e passivo.

Considera il Patto di Sanremo (il Pacco, come lo ha chiamato Paolo Attivissimo su ZeusNews) l’utilizzo, per esempio, delle licenze Creative Commons o qualsiasi altra ipotesi alternativa di tutela dei lavori digitali? Nemmeno per sogno (GPL e CC sono brevemente citate in fondo al rapporto Vigevano a puro titolo documentativo), quasi che la qualità dei contenuti, l’ambiente favorevole di cui tanto parla Stanca, siano legati indissolubilmente alla distribuzione “certificata” dalla grande industria. Ed infatti nel patto troviamo ripetuta fino allo sfinimento la solita tutela del mercato di massa delle major.

Fra le tante frasi dai Ministri della Repubblica accorsi ad illustrare la grandiosità del Patto una, per conto mio, merita di essere citata:

“la principale sfida è da un lato l’affermazione di un modello legale di fruizione dei contenuti e dall’altro la conseguente modifica delle aspettative degli utenti”

Se il Ministro Stanca fosse prima il Ministro dei cittadini che rappresenta, e solo dopo il Ministro delle lobby della grande industria dell’intrattenimento questa frase sarebbe suonata così:

“la principale sfida è da un lato l’affermazione di un modello legale di condivisione dei contenuti e dall’altro la conseguente modifica delle aspettative dell’industria”.

Così, ovviamente, non è.

Rimangono solo due ultimi interrogativi aperti. Il primo è cosa fare, per davvero, appena il fumo di simili spettacoli mediatici si diraderà. Il secondo invece è una mia banale curiosità: che diavolo ci fanno le firme delle associazioni dei provider nella lista dei partecipanti a questo formidabile papocchio?

Massimo Mantellini
Manteblog

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