Contrappunti/ Sorvegliati e felici

di Massimo Mantellini - Riconoscimento del volto per circolare, esami genetici per le assicurazioni, analisi dell'iride per entrare al lavoro, geomarketing via GPS, chip impiantabili, mappatura genetica, controllo di qualità: l'uomo d.o.c.
di Massimo Mantellini - Riconoscimento del volto per circolare, esami genetici per le assicurazioni, analisi dell'iride per entrare al lavoro, geomarketing via GPS, chip impiantabili, mappatura genetica, controllo di qualità: l'uomo d.o.c.


Roma – Non so in quanti abbiano accuratamente letto le 500 e passa pagine della relazione annuale del garante della privacy Stefano Rodotà. Personalmente confesso di aver scorso velocemente solo le parti di essa che hanno maggior attinenza con le tematiche della rete e di essermi annoiato ugualmente. Ho detto e ripetuto spesso quanto il lavoro di Rodotà in Italia sia importante e appassionato; continuero’ a dirlo pure oggi anche se il garante della privacy ha sostenuto negli ultimi mesi la necessità di provvedimenti di regolamentazione della rete internet da attuarsi su base comunitaria. Iniziativa per conto mio pericolosa e sulla quale nutro più di un dubbio. Continuero’ a seguire il lavoro della sua Authority anche se oggi, dovendo trovare una maniera veloce e sintetica per parlare della società sotto sorveglianza senza sconfinare in dotte citazioni sociologiche o in masticati papocchi sul ritorno del grande fratello orwelliano credo sia necessario parlare d’altro.

Per esempio del grazioso giubbotto Nocontact , proposto in un elegante colore scuro e con un taglio femminile alla moda. L’estraneo si avvicina a chi lo indossa, decide di toccarla (oppure la sfiora per sbaglio) e si becca una scarica elettrica a 80.000 volt. Esempio vero e geniale di come tante volte la sorveglianza possa essere letta e interpretata anche al contrario. Oppure di come ormai il lumicino del buonsenso e della civile convivenza sia interamente consumato.

Dicono che le nostre tracce elettroniche siano ormai vere e proprie autostrade il cui numero di corsie si vorrebbe ulteriormente incrementare con progetti pervasivi e imponenti come Lifelog o come il Total Information Awareness di George W. Bush. Sveleremo tutto di noi ad entità spesso dalle finalità non chiarissime in cambio di una promessa di tranquillità difficile da mantenere? La scommessa già persa in partenza dell’America post 9/11 – quella credulona di maggior sicurezza in cambio di minore libertà – è non solo legata a risultati tutti da verificare quanto piuttosto al dubbio assai fondato che le paure di tutti noi non siano altro che utili grimaldelli per ridurre ulteriormente i nostri scampoli di autonomia. Indipendentemente da ogni altro possibile scambio.

Se lo stupore della scoperta di Echelon fu in gran parte legato alla constatazione che un simile apparato di controllo era utilizzato, almeno negli ultimi anni, per scopi primariamente economici (favorire l’industria americana nei confronti di quella del vecchio continente) oggi sembra più che lecito immaginare che le finalità di sicurezza che i governi ci raccontano ogni giorno per giustificare nuove telecamere agli angoli delle strade, screening genetici, software di riconoscimento facciale, tracking elettronico e quant’altro, possano invece sottendere qualcosa d’altro. Qualcosa di meno eroico e presentabile come per esempio il controllo sul mercato delle scarpe da footing.

Si dice poi da tempo che la rete sia l’ambito nel quale più facile e potente possa essere il controllo: nessun dubbio che sia tecnicamente così. Eppure sono ormai molti anni che sentiamo parlare di formidabili database che contengono mille segreti sulle nostre peregrinazioni sul web. Milioni di biscottini ed altre bestioline intelligenti fatte di bit istruite per raccontare ad entità superiori (lo stato, l’azienda, il poliziotto) cosa facciamo e come lo facciamo, dove andiamo e cosa acquistiamo, perchè restiamo 20 minuti su una pagina web e 2 secondi su un’altra. Occhi elettronici che infestano Internet e prendono appunti. Di questi dati aggregati, di questa accuratezza investigativa nessuno sembra per ora raccogliere veramente i frutti. Anzi gli antesignani di simili invasivi database (certe aziende di marketing innovativo tipo DoubleClick) sono scomparsi o vegetano ad un passo dal fallimento. Affondati con i loro dati sulle nostre vite chiusi in cassaforte. O lasciati su un tavolo perchè non interessavano a nessuno.

Invece fuori da Internet le telecamere sono ormai dappertutto, i sistemi di controllo del traffico, le strisciate delle carte di credito, i prelievi a banalissimi sportelli bancomat, scandiscono la nostra giornata di osservati speciali. Le banche scambiano dati sui nostri insoluti finanziari alla velocità della luce – si danno una mano, per così dire – le industrie della prima infanzia spediscono ai nostri figli appena nati pannolini della giusta misura, pappine all’epoca dello svezzamento e più avanti chissà cos’altro, usando banalmente come database l’ufficio anagrafe cittadino. Senza complicati aggeggi elettronici il nostro monitoraggio è bello che fatto. Le nuove frontiere della società sotto sorveglianza nella vita reale sono altrettanto inquietanti e qualche esempio ha già riempito le cronache. Riconoscimento facciale allo stadio? Esami genetici per le assicurazioni sulla vita? Analisi dell’iride per entrare al lavoro? Geomarketing via GPS? E cosa ancora, prossimamente? Sistemi impiantabili? Mappatura genetica? Che futuro orribile ci attende.

La verità è – come scrive Giuliano da Empoli in un suo bel libretto dal titolo “Overdose, la società dell’informazione eccessiva” – che nell’orgia di dati raccolti non esistono intelligenze capaci poi di decodificarli in tempo utile per scongiurare le tragedie per le quali dovrebbero essere raccolti. Si sceglie ogni giorno di aumentare il numero di segnali mentre gli occhi e le orecchie di quanti dovranno intenderli restano sempre i medesimi. Demandare tutto cio’ ai computer è un sogno molto distante dalla realtà. E il diluvio di bit raccolti sulle nostre vite sempre di più mostra la propria inefficacia. L’unica cosa che sembrano fare benissimo è offendere la nostra dignità di polli d’allevamento ed aumentare la falsa credenza di abitare un mondo finalmente sicuro.

Prima o poi ovviamente le cose cambieranno e ha ragione Rodotà quando afferma principi ovvi come il nostro diritto per esempio a non essere localizzati. Eppure lo siamo di fatto già da qualche tempo. E domani simili coordinate serviranno per venderci servizi, segnalarci iniziative, abusare allegramente della nostra privacy in nome di un mercato che ci strizza fino all’osso e verso il quale davvero sarebbero utili giubbotti anti-intrusione tipo quello prodotto da No-Contact. Il nostro corpo elettronico – come il garante lo definisce quest’anno – è uguale all’uomo di vetro di cui Rodotà parlava solo un anno fa. Non sembra esistere soluzione o rimedio a questa invasione il cui unico freno per ora, a parte l’attività illuminata di poche persone, risiede nella stupidità delle macchine. Non certo nella volontà degli uomini che le comandano.

Massimo Mantellini
Manteblog

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