Contrappunti/ Una mela lava l'altra

di Massimo Mantellini - Prima appare la bufala dell'infarto di Steve Jobs, poi il titolo Apple tentenna, poi la smentita e infine la grande occasione per dare addosso al citizen journalism. Dimenticando tutto quello che c'è in mezzo
di Massimo Mantellini - Prima appare la bufala dell'infarto di Steve Jobs, poi il titolo Apple tentenna, poi la smentita e infine la grande occasione per dare addosso al citizen journalism. Dimenticando tutto quello che c'è in mezzo

Disse Leo Brondy di Now Public tempo fa che “il giornalismo dei cittadini ha più o meno lo stesso senso dell’odontoiatria dei cittadini” . Una metafora certamente efficace: chi di voi sarebbe felice di farsi trapanare un dente dal primo passante incrociato in una mattina qualunque?

Eppure, come tutte le frasi ad effetto, racconta solo una parte della questione. In questo caso una parte piccolissima.

Se ne discute in questi giorni negli Stati Uniti dove nella mattinata di venerdì scorso CNN ha pubblicato su iReport , un esperimento web di Citizen Journalism ideato dal grande sito all news di Atlanta, la notizia di un grave infarto di Steve Jobs. La news è stata postata anonimamente da un utente che risponde al nome di “Johntw”, secondo il quale, in base a notizie in suo possesso, il CEO di Apple era appena stato portato in ospedale con violenti dolori al petto.

È bastata questa singola indiscrezione perché il titolo Apple perdesse in pochi minuti circa il 5% per poi risalire di circa 3 punti quando la notizia è stata smentita da un portavoce della casa di Cupertino.

Ci sono certamente dentisti di tutti i tipi, anche in Italia, ma la discussione sui vizi e le virtù del “citizen journalism”, come tutte le discussioni, ha necessità di transitare prima attraverso una minima definizione dei termini dei quali si sta parlando.

Intanto iReport di CNN più che una iniziativa di citizen journalism sembra essere uno dei tanti banali tentativi del mondo giornalistico di approfittare a costo zero del crowdsourcing.

Chiunque può registrarsi su iReport, anche anonimamente, qualsiasi notizia viene pubblicata senza alcun controllo editoriale. In pratica iReport sta al giornalismo partecipativo come un petardino alla bomba atomica. iReport non è altro che una banalissima bacheca online ridipinta con i colori alla moda del web 2.0. Eppure questa evidenza non è bastata per disinnescare le solite barbose polemiche su quanto il giornalismo dei cittadini sia il pericoloso innesco del caos informativo mediato dalla rete Internet.

iReport cavalca poi una doppia furbizia: da un lato associa CNN ad una qualche nuova modernità informativa. Racconta come l’azienda di Atlanta sia attenta ai nuovi sviluppi della comunicazione di rete e intenda sperimentarne gli effetti. Dall’altro fornisce al palinsesto giornalistico una serie di contributi gratuiti, creati da utenti la cui prima aspirazione è quella di essere citati dal gigante delle breaking news di Atlanta. Tali dati sono riportati orgogliosamente sul sito di iReport: oltre un migliaio di contenuti prodotti dagli utenti (sugli oltre 100.000 complessivi) sono nell’ultimo mese scivolati dentro il palinsesto di CNN. Alcuni potrebbero dire: un bel risparmio!

Lo fanno un po’ tutti anche in Italia da quando la diffusione di strumenti tecnologici di documentazione degli eventi (fotocamere, cellulari con video ecc) consente a chiunque di testimoniare in foto e in video avvenimenti ai quali si assiste. Nella gestione delle emergenze informative per esempio, il contributo dei testimoni e gli strumenti tecnologici legati alla rete Internet hanno oggi un peso informativo predominante rispetto alle vecchie pratiche giornalistiche.

L’ opinione di Dan Gillmor sul caso del finto attacco di cuore di Steve Jobs è che CNN sia stata “usata”. Che qualcuno abbia abusato di iReport per ovvie ragioni di speculazione borsistica anche se – secondo il noto giornalista californiano – appare piuttosto evidente che nel sito di iReport non è sufficientemente segnalata la natura non giornalistica di quelle pagine e quindi la necessità di non considerarle maggiormente attendibili rispetto ad un qualsiasi altro ambito di rete.

È l’ambiguità interessata dei vari soggetti coinvolti che condiziona le discussioni di questi giorni. Da un lato è inevitabile che i rumors di rete si spargano violenti ed incontrollabili da sito web in sito web e determinino conseguenze come quelle osservate nel caso di iReport. È già accaduto in passato e succederà ancora. Dall’altro simili eventi vengono ampiamente strumentalizzati dal mondo editoriale ed utilizzati come esempio della indispensabilità di un sistema mediatico controllato. I grandi editori sul web non intendono rassegnarsi all’evidenza di essere ormai solo una parte dell’ambiente informativo senza rappresentarlo quasi interamente come accadeva fino a un decennio fa. Sfruttano insomma ogni occasione per ricordarci i bei tempi andati.

Accanto alle notizie delle fonti giornalistiche si è creata ed è cresciuta in questi anni una fitta selva di altre informazioni che i lettori raggiungono facilmente in luoghi molto eterogenei. Dai blog ai siti di microeditoria, agli esperimenti di giornalismo partecipativo la notizia si sparge in rete dentro mille rivoli che comprendono anche molti altri ambiti indistinti, dove comunicazione e informazione tendono spesso a confondersi o sovrapporsi. È insomma tutto più caotico e complicato. Nascono nuovi problemi e nuovi rischi. Ma lo scenario informativo attuale per noi lettori appassionati di notizie è comunque assai più vivo e trasparente di quanto non fosse un decennio fa.

Massimo Mantellini
Manteblog

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05 10 2008
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