Coronavirus: salute e privacy, uovo o gallina?

Tracciare lo spostamento dei dispositivi sul territorio attraverso dati anonimizzati può aiutare la lotta alla pandemia, ma apre a gravi problemi.
Tracciare lo spostamento dei dispositivi sul territorio attraverso dati anonimizzati può aiutare la lotta alla pandemia, ma apre a gravi problemi.

Salute o privacy? La domanda è per molti versi angosciante perché ci costringe a bilanciare un compromesso tra due esigenze fondamentali, ma proiettate su orizzonti differenti: brevissimo termine o lungo termine. Scegliere l’uovo o la gallina, insomma?

Salute o privacy?

Il tema è diventato di fondamentale importanza fin dal giorno in cui il “modello Corea” si è imposto nella narrazione di questa incredibile vicenda scattata con l’infezione del Coronavirus. Ad oggi per riuscire a fermare il problema c’è un miliardo di persone in isolamento in tutto il mondo, l’Italia intera è stata silenziata dalla permanenza forzata in casa e tutto ciò con un trend di infezioni che a livello globale continua a crescere molto rapidamente.

Il mondo ad oggi non ha armi realmente in grado di porre un argine al problema: non c’è cura e non c’è vaccino, dunque l’unico modo per frenare il contagio è fare in modo che le persone non abbiano contatti tra di loro. Non c’è altro mezzo. Tuttavia si tratta di un metodo con abnormi effetti collaterali, sia in termini economici che sociali: il mondo sta andando verso una recessione dai contorni confusi ed è immersa in un isolamento sociale mai sperimentato prima. A cadere saranno i più deboli ed i paracaduti sembrano a questo punto terminati.

In questo scenario ecco affacciarsi all’orizzonte la soluzione tecnica, quella che potrebbe consentire di eliminare in modo più rapido questa e le future pandemie: il tracciamento degli strumenti elettronici, monitorando lo spostamento delle persone momento dopo momento, potrebbero mettere in allerta tutti coloro i quali hanno avuto contatti a rischio e potrebbero così isolare più facilmente ed in modo più preciso ogni possibile ramo del contagio. Il metodo funzionerebbe, la Corea ne sarebbe testimone (benché il suggerimento sia quello di fare i conti sulla Covid-19 soltanto a bocce ferme e con di fronte una documentazione più precisa e studi approfonditi). Tuttavia che ne sarebbe di un sistema di tracciamento simile il giorno in cui il tema della salute non fosse più prioritario? A emergenza finita, come si potrebbe regolamentare un Big Brother di questo tipo in mano alle istituzioni? Qual grande potere potrebbe derivare da un controllo di massa di questa caratura?

La logica vuole che si possa sacrificare parte della nostra privacy nell’immediato per porre fine a quella che è una minaccia globale (quando in ballo c’è la vita delle persone, non si può andar troppo per il sottile), ma al tempo stesso sarebbe criminale ignorare quel che potrebbe succedere di qui a un paio di mesi, oltre l’orizzonte più immediato della pandemia. La storia insegna. Inutile approfondire in questa sede: quello che si apre è un mare per molti versi inesplorato, dove i limiti della sicurezza raggiungibili troppo spesso hanno manifestato crepe di crescente pericolosità.

Il Coronavirus ha toccato un nervo scoperto nel quale la tecnologia è sia il problema che la soluzione e viceversa. La tecnologia potrebbe aiutare incredibilmente l’uomo nella lotta alle epidemie, ma al tempo stesso potrebbe determinare effetti collaterali pericolosissimi se lo strumento medesimo finisse in mano a democrazie troppo deboli o regimi troppo forti. Tuttavia ormai siamo di fronte a un dato di fatto: per combattere le pandemie non abbiamo altro strumento se non la tecnologia (e i dati degli operatori nel frattempo già stanno fluendo verso le autorità sanitarie) e ben sappiamo quali siano gli effetti collaterali del tutto. Questo significa una cosa sola: che la GDPR non è che un primo passo, piccolo ed essenziale, verso una direzione precisa. L’orizzonte è quello di un uso disciplinato, blindato e codificato di dati anonimizzati, con policy trasparenti e tecniche sicure (nonché open) per regolamentare l’uso di un processo di questo tipo.

Salute e privacy

Usciremo dalla Covid-19 con qualche ferita aperta, da gestire immediatamente dal punto di vista normativo: la privacy non è qualcosa che possiamo sacrificare, perché il prezzo pagato da questa “guerra” sarà già troppo alto. Non possiamo permetterci che, dopo tutti i sacrifici fatti in termini di libertà, il costo da pagare sia ancora una volta la libertà.

La scelta non è mai stata davvero tra l’uovo e la gallina, quello è soltanto uno scherzo logico che si limita al gusto ludico del sillogismo ingannevole. La realtà è che non si può far a meno di entrambe le cose. E il Coronavirus ce lo ha sbattuto in faccia una volta per tutte.

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23 03 2020
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