Cultura e Business sono due cose diverse

Enrico Galavotti di Homolaicus torna sulla questione diritto d'autore e siti non profit didattici e culturali, esprimendosi sul perché a suo dire rappresentare il suo sito come commerciale sia una forzatura

Cesena – Facendo seguito alla dichiarazione del responsabile dell’Uff. Arti Figurative della Siae, vorrei qui proporre all’attenzione del pubblico di Punto Informatico ulteriori spunti di riflessione.

Le domande cui vorrei cercare di rispondere sono le seguenti e spero che nella revisione della L. 633 si tenga conto delle risposte che ad esse si possono e si potranno dare a favore della libera fruizione della cultura digitale.

1. Quali sono le condizioni per poter definire didattico o culturale un sito?
2. Quali sono le condizioni per poter definire commerciale un sito didattico o culturale?
3. Esistono delle condizioni che fanno restare didattico o culturale un sito pur in presenza di aspetti commerciali, come p.es. un circuito banner o gli ad-sense di Google?

La Siae in questo momento tiene un atteggiamento ambiguo: sa di non poter colpire indiscriminatamente i siti didattico-culturali che usano materiale protetto e tuttavia nelle sue tabelle è previsto un tariffario anche per questi siti; ecco che allora inizia a colpire siti come il mio che presentano alcuni aspetti commerciali (come i banner e gli ad-sense), dicendo che un sito del genere non può dirsi del tutto didattico o culturale.

In particolare evita di criminalizzare gli ad-sense, in quanto ormai tutti i siti li hanno, e punta il dito sui banner, che però nel mio caso sono posti a titolo gratuito o di scambio alla pari, e comunque anche se alcuni sono commerciali il reddito è prossimo allo zero, nel senso che con Google si guadagna sicuramente di più, essendo basato sul semplice cliccaggio di ip univoci.
Secondo me non ha senso pensare che la semplice presenza di banner o di ad-sense rendano di per sé commerciale un sito.

Quando si afferma che anche la tv private non obbligano al pagamento del canone, alimentandosi solo di pubblicità, e che pertanto un sito come homolaicus.com, avendo pubblicità, può essere equiparato a una televisione privata, per cui è giusto definire il suo webmaster un editore a tutti gli effetti, si compie una forzatura interpretativa difficilmente sostenibile davanti a un giudice.

Per una serie di ragioni:
1. è vero che l’utente di una tv privata non paga direttamente il canone, ma è anche vero che lo paga indirettamente quando va ad acquistare gli stessi prodotti che vede reclamizzati, avendo essi prezzi di molto superiori a quelli non reclamizzati. Da me non esiste questa cosa.
2. Sul piano televisivo il nostro paese è caratterizzato da un fondamentale duopolio, per cui le scelte dell’utente televisivo sono alquanto limitate. In rete invece i siti sono decine di milioni e nessuno è costretto a venire da me.
3. L’uso del televisore rende di per sé inevitabile la fruizione dei canali televisivi, essendo trasmessi questi via etere. Viceversa l’uso del monitor, quando si è connessi, non obbliga a nulla. In rete occorre un’azione diretta del navigatore, che deve sapere dove andare, se non vuole perdersi. Non è automatica la fruizione di un determinato ipertesto, neanche facendo “zapping” con un motore di ricerca.
4. Nelle tv private la pubblicità interferisce continuamente con la visione dei programmi. Nel sito homolaicus.com ciò non avviene mai. Cioè non appaiono mai delle popup che obbligano alla previa visione di uno spot pubblicitario, che generalmente avviene entro un certo lasso di tempo, o al cliccaggio sul medesimo spot prima di poter accedere alla fruizione dei contenuti culturali dell’ipertesto. Nessun ipertesto è mai stato da me vincolato alla visione o all’uso preliminare di un qualunque spot pubblicitario o, peggio, di qualunque dialer.

Il fatto che accanto a un ipertesto appaiano gli ad-sense di Google o altre forme di pubblicità, non può di per sé voler dire che il sito è commerciale.
Essendo libera e gratuita la visione di un ipertesto culturale, al punto che se ne permette persino il download e l’inserimento in altro sito, a condizione che si citi la fonte di provenienza (cosa che in dieci anni è sicuramente avvenuta più volte, tanto che non mi stupirei che coi miei materiali qualcuno ci abbia lucrato sopra), il sito è e deve continuare a essere considerato didattico e culturale.

I miei ipertesti non sono beni immateriali cedibili dietro corresponsione di qualcosa o fruibili soltanto con l’obbligo di sottostare a una qualsivoglia condizione. Essi peraltro vengono sempre offerti in maniera integrale e non dimostrativa.

E nel mio sito non si vendono quadri o opere d’arte. Se vendessi quadri e usassi ipertesti di qualità con immagini protette per poterli vendere meglio, allora forse si potrebbe anche pensare a un qualche interesse di lucro. Viceversa l’atteggiamento di totale gratuità che ha sempre caratterizzato il mio sito esclude a priori qualunque scopo di lucro e chi sostiene il contrario renderà certamente conto di ciò che dice. Qui si può parlare – come più volte ho detto – di “incremento patrimoniale” solo a favore dell’artista trattato nell’ipertesto e quindi dei suoi eredi, i quali, grazie proprio ai miei ipertesti critici, vedranno aumentare le quotazioni delle loro opere.

Paradossalmente se avessi messo i miei ipertesti “incriminati” sotto password, come mi chiede la Siae, al fine di non pagarne i diritti d’autore, facendo essa più differenza tra area riservata e area pubblica che non tra sito didattico e sito commerciale, io avrei anche potuto decidere di farli vedere dietro riscossione di una certa somma.

Se mi fossi comportato così, la Siae, che ora vorrebbe punirmi per aver messo in chiaro una cosa gratuita, da loro protetta, su quella stessa cosa, messa in un’area riservata accessibile solo a pagamento, non avrebbe fatto nulla. Che cos’è questa se non un’istigazione a delinquere?

Enrico Galavotti
homolaicus.com

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