Dall'Australia l'e-diffamazione internazionale

La corte suprema del paese dei canguri stabilisce che un australiano può denunciare per diffamazione l'autore di un articolo made in USA e pubblicato online
La corte suprema del paese dei canguri stabilisce che un australiano può denunciare per diffamazione l'autore di un articolo made in USA e pubblicato online


Roma – Le maglie del diritto nel tempo di internet continuano ad allargarsi generando curiosi, spesso contraddittori e senz’altro dubbi effetti spazio-temporali. Questa è l’impressione che si ha nel leggere che la massima corte australiana ha dato il via libera ad una denuncia di un cittadino che intende trascinare in tribunale l’autore, di nazionalità americana, di un articolo apparso su internet.

La decisione dei giudici ha da un lato portato sconforto al celebre editore americano Dow Jones & Co. che verrà citato in giudizio e dall’altra ha naturalmente suscitato l’attenzione di tutti gli esperti di diritto.

Se l’orientamento della Corte australiana avrà efficacia, infatti, quanto accaduto potrebbe avere conseguenze importanti in tutti i 190 paesi dove oggi la diffamazione è considerata un reato. Tra le conseguenze di questo, inoltre, la necessità per chi pubblica qualcosa online di accertarsi di non violare le leggi di uno di quei paesi…

La decisione dell’Alta Corte australiana, dunque, consentirà al businessman locale Joseph Gutnick di citare in giudizio presso il tribunale della città dove risiede, l’editore americano, colpevole, a suo dire, di averlo maltrattato in alcuni articoli.

“Il risultato di tutto questo – hanno contrattaccato i legali dell’editore americano – è che Dow Jones difenderà le proprie posizioni in una giurisdizione che non è quella del paese nel quale l’articolo è stato scritto”. A sostenere la posizione di Dow Jones sono stati colossi come Amazon.com, AOL Time Warner e Associated Press che hanno presentato memorie a favore della difesa. Si tratta di soggetti che, operando nell’editoria, hanno evidentemente un grande interesse a perorare la causa di Dow Jones.

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10 12 2002
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