Dipendenti spiati, vince la trasparenza

di L. Assenti. Non si può contare solo sulla magistratura quando basta solo una monodose di buon senso. Le aziende possono fare un passo avanti se si dotano di una policy vera e di un responsabile dei sistemi IT. Siamo nel 2002


Roma – Per quale ragione a maggio 2002 deve arrivare una sentenza che legittima un’azienda a spiare nella posta elettronica dei dipendenti? Viene da chiederselo, visto che da anni gli studiosi ci assicurano che le imprese italiane hanno computer e internet e che, dunque, in tutto questo tempo hanno predisposto regole di comportamento pubbliche e trasparenti.

Evidentemente non è così. Quanti oggi vanno al lavoro, si piazzano davanti ad un computer connesso alla rete, con il quale devono espletare i propri compiti, senza però sapere come devono comportarsi? A quanti succede di essere assegnati ad un incarico senza che venga loro illustrata una chiara “policy”, un regolamento interno e trasparente su quali sono i vantaggi e i limiti dell’utilizzo dei sistemi aziendali?

Si può obiettare che per il computer ed internet debbano valere gli stessi limiti che valgono per qualsiasi altro strumento aziendale. Se è vero che in qualunque ufficio o impresa penne, matite e altri oggetti di cancelleria spariscono con rapidità fulminante in quaderni personali e cartelline extracurriculari, è anche vero che utilizzarli a questo scopo non è un comportamento lecito, così come non è lecito telefonare per scopi personali senza una precisa autorizzazione del proprio superiore.

Tutto questo è vero e ha la sua ragione d’essere con l’esigenza dell’azienda di sfruttare appieno il tempo dei propri dipendenti. Ma è un ragionamento che da sempre non tiene conto delle infinite inevitabili pause nel lavoro di ciascuno, a cui non è umano né ha senso pratico chiedere ogni giorno 8 ore di assoluta efficienza. Di questi tempi poi è un ragionare che si abbatte con violenza sull’individuo: l’inviolabilità della corrispondenza, un principio fondamentale del nostro con-vivere , soggiace alle necessità aziendali, quasi che la produzione d’impresa possa davvero essere più rilevante del diritto alla riservatezza.

Se fosse stato evidente quel che a me sembra ovvio, e cioè che l’uso della posta ha implicazioni diverse dall’uso di una fotocopiatrice, l’azienda di cui alla sentenza di Milano avrebbe avuto quantomeno la delicatezza di chiedere al dipendente assente prima della sua partenza un permesso ad accedere alla mailbox. Perché – invece – non l’ha fatto?

Quanto accaduto indica con ogni probabilità che quell’impresa, come tante altre, non ha esposto con chiarezza un proprio regolamento, e non ha dunque chiarito cosa i dipendenti possono attendersi e su cosa possono contare quando si siedono alla propria scrivania. Si può ricorrere alla legge, si può ricorrere al Garante della privacy ma talvolta basta ricorrere al buon senso. E questo non vale solo per la dipendente licenziata dopo essere stata spiata…

Lamberto Assenti

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